Personaggi illustri

Sono molti i personaggi illustri che attraversando i vicoli di questa città hanno lasciato traccia del loro passaggio e, a loro volta, hanno bevuto dell’essenza di questa città.

Per alcuni Toledo rappresentò la città che li vide venire al mondo, per altri la città scelta per esprimere le proprie qualità professionali e, infine, per altri ancora solo una meta di svago e riposo. Tra tutti i personaggi illustri che sono stati, sono e sempre saranno indissolubilmente legati alla città imperiale, alcuni non si limitarono ad attraversarne i vicoli ma legarono a questa città la loro visione artistica, altri ancora la abbellirono, o meglio detto, la rimodellarono, in versi o su una tela, seguendo la propria creatività e persino i propri capricci,? senza mai perdere di vista chi stava loro di fronte: Toledo.

Alberto Sánchez

Artista nativo di Toledo, è il primo scultore avanguardista d’arti plastiche della provincia di Castiglia-La Mancia. La natura gli fece dono di una insolita capacità intuitiva unita a una straordinaria sensibilità poetica. Nacque a Toledo l’8 aprile 1945 in una modesta dimora. Durante l’infanzia, lavorò come fornaio, come porcaio, apprendista fabbro e calzolaio.

Viene avviato all’arte agli inizi degli anni venti del Novecento, ma già nel 1925 partecipa con nove sculture alla Mostra degli artisti ispanici. In quegli anni, l’arte spagnola attraversa una fase di involuzione, che Alberto Sánchez registra con le seguenti parole: “Volevo esprimere un'espressione d’arte rivoluzionaria, riflesso di una nuova vita sociale, che non trovo plasticamente riflessa nelle espressioni artistiche dei periodi storici passati, dalle grotte di Altamira fino ad oggi”. Erano gli albori delle prime avanguardie e della cosiddetta generazione letteraria “del ‘27”, a cui è legato lo scultore toledano. Alberto si propone come un artista critico e radicale, interessato alle proposte artistiche del cubismo e del surrealismo. Ne è un esempio la Maternità. Tuttavia, la sua scelta di non abbandonare Madrid, quando il movimento d’avanguardia eleggeva Parigi a patria, segna il resto della sua vita. Nel 1927 insieme a Benjamín Palencia fonda la scuola di Vallecas “con il deliberato intento, avrebbe poi affermato Alberto Sánchez, di dar forma alla nuova espressione artistica nazionale, in grado di competere con quella di Parigi” e mirata a “raggiungere la sobrietà e semplicità che da sempre ci trasmette la terra di Castiglia”.

Nel 1931, pubblica nella rivista Arte un articolo dal titolo “Palabras de un escultor” (Parole di uno scultore), che rappresenta un autentico manifesto della poetica della scuola di Vallecas. Durante la Repubblica, Alberto Sánchez infonde nelle sue sculture i valori rivoluzionari del momento. Nel 1937 partecipa all’Esposizione internazionale di Parigi con la scultura “El Pueblo Español” (Il popolo spagnolo), una strada in altezza di 12,5 metri che porta alle stelle che assume le sembianze di un sentiero agreste della Castiglia che, perso all’orizzonte, prosegue verticalmente fino a raggiungere le stelle.

Nel 1938 viene inviato a Mosca dal Governo della Repubblica per impartire lezioni di disegno ai bambini spagnoli in esilio. Qui si dedica alla scenografia e alle arti decorative per la messa in scena di opere di autori come Cervantes, Lope de Vega, Alarcón, García Lorca. Rimane in esilio fino al giorno della sua morte, il 12 dicembre 1962.

Nel 1970 a Madrid viene allestita la Prima esposizione antologica della sua opera, mentre quattro anni più tardi, nasce la Fondazione Alberto Sánchez, con una mostra permanente delle sue opere nella capitale spagnola e un’altra itinerante che percorre la Spagna. Nel 1995 la città di Toledo gli conferì post mortem il riconoscimento di figlio prediletto.

Alfonso VI de Castilla

Nel 1071 circa trovano un’intesa per la spartizione del regno di Castiglia, che all’epoca era sotto il controllo di García. Malgrado ciò, non mancano nuovi scontri. Alfonso viene spodestato del regno di León e riesce a rifugiarsi nel territorio mussulmano di Toledo solo grazie all’intercessione della sorella Urraca. Nel contesto di questa rivalità intestina tra i sovrani dei regni di Castiglia e León, nacque tra Alfonso e il cavaliere Rodrigo Díaz de Vivar, detto “El Cid”, una profonda rivalità. La prima iniziativa adottata in tal senso da Alfonso fu infatti l’ordine di esilio forzato nei confronti del cavaliere e l’arresto del fratello García. Ricomposta la frattura tra i due regni, Alfonso si lanciò verso imprese ancora più importanti, che portarono a conquistare prima La Rioja, poi Álava, Vizcaya e Guipúzcoa.

Si sposò due volte con principesse francesi, scelta che intensificò i rapporti con la Francia sotto il suo regno. Favorì l’introduzione dell’ordine di Cluny nei monasteri del regno, accolse numerosi cavalieri francesi a corte, promosse la sostituzione del rito mozarabico o toledano con quello romano, sostituendo altresì la grafia visigota con quella carolingia. La resa di Toledo, il 25 maggio 1085, accende la sua ambizione imperialista, tanto che Alfonso VI si autoproclama “Imperatore delle due religioni” e trasforma la grande moschea nell’attuale Cattedrale.

Estese il suo dominio al regno mussulmano di Valencia, contro il quale i re Taifa dell'Andalusia reagirono chiedendo aiuto all’emiro almoravide, che impartì ad Alfonso una grave sconfitta a Sagrajas, nei pressi di Badajoz. Dopo essersi riconciliato con “El Cid”, gli affida la difesa della costa orientale della Spagna, nota come il “Levante”; è allora che il celebre cavaliere si appella all’intera cristianità affinché imbracci le armi e respinga i mussulmani. Un invito che trova grande eco in Francia, da dove partono diverse crociate, che tuttavia non evitano alle truppe cristiane una nuova sconfitta a Uclés (1108), nella quale perde la vita l’unico figlio di Alfonso. L’affluenza continua di nobili francesi fu imprescindibile per conservare il suo prestigio e per rafforzare ulteriormente il legame con la Francia, Alfonso VI organizzò le nozze delle figlie Urraca e Teresa rispettivamente con Raimondo ed Enrico di Borgogna. Dal primo matrimonio nacque il futuro imperatore Alfonso VII, mentre dal secondo Alfonso Henriques, primo sovrano del Portogallo. Alfonso VI morì dopo aver concertato il nuovo matrimonio della figlia Urraca, erede al trono e vedova di Raimondo, con Alfonso il Battagliero, il quale acconsentì ai piani di Alfonso per difendere il regno di Castiglia e León dalla minaccia degli almoravidi.

Alfonso X

Questo re è passato alla storia per la difesa e il sostegno che diede alle arti, alla scienza e alla letteratura, per aver trasferito a Toledo le Ordinanze, che gli ebrei avevano precedentemente stabilito a Cordoba nel X secolo e per aver composto il Libro de las leges, il codice reale noto nel XIV secolo come Siete Partidas (o Leges de Partidas o Partidas).

La sua notevole passione per le scienze e la letteratura fu decisiva per lo sviluppo culturale della sua corte, come è altrettanto certo che durante il suo regno il processo di riconquista subì un certo rallentamento. Alfonso X promosse e difese la traduzione in castigliano delle opere antiche, dando vita a quella che venne poi chiamata Scuola dei traduttori di Toledo, e la sua attività di supervisione fu decisiva nel fissare le regole del castigliano, prendendo a modello la variante toledana, rendendolo la lingua principe tra quelle diffuse in Spagna. In questo modo la prosa acquisì di fatto un valore letterario. E dopo aver fissato i canoni linguistici, elevò il castigliano a lingua ufficiale. Volle inoltre che fossero tradotti in castigliano opere come Calila e Dimna (uno dei libri antichi più importanti della tradizione persiana), le Etimologie di San Isidoro, i quattro libri di Tolomeo, i canoni astronomici di Albatenio (in arabo, al-Battani), il Corano e diversi libri della Bibbia, insieme ai Libri di scacchi, dadi e tavole, per citarne alcuni.

Altro grande merito da riconoscere ad Alfonso X Il Saggio attiene al suo ampio progetto storiografico, primo fra tutti la incompiuta Estoria de España (Storia della Spagna), che fu sostituita dalla General e Grand Estoria universale, i cui sei tomi giunti fino a noi coprono il periodo storico fino agli anni della Vergine Maria.

Ma questo sovrano aveva una vera e profonda passione per la poesia, che egli stesso componeva, di norma, in galiziano, lingua in cui scrisse i Cantici di Santa Maria (Cantigas de Santa María).

Ogni volta che concedeva un qualche privilegio reale a Toledo, amava aggiungere queste parole: “E porque nascí en Toledo, tengo a bien conceder este privilegio” (ovvero “E poiché nacqui a Toledo, è d’uopo che conceda codesto privilegio).

 

Benito Pérez Galdós

Il fatto di tradurre I Quaderni postumi del Circolo Pickwick del grande autore inglese Charles Dickens, lo aiutò a sviluppare quella sua straordinaria capacità di raffigurare la società in tutta la sua complessità. Benito Pérez Galdós segna un radicale cambiamento nella narrativa spagnola, che viene spogliata del romanticismo e del realismo più puro.

È indubbio che Toledo esercitò un enorme fascino sullo scrittore; qui trovò infatti, il contesto ideale, Madrid a parte, per ambientare i suoi romanzi, di cui la città diventerà tema, protagonista o cornice necessaria ancorché imprescindibile. Romanzi come El audaz (1871), Los Apostólicos (1879), Un faccioso más y algunos frailes menos (1879) e Ángel Guerra (1891). Per comporre quest’ultima opera, Benito Pérez Galdós visse a lungo a Toledo, studiando la storia della città, la sua morfologia e il suo intricato paesaggio, con l’aiuto del celebre esperto dell’opera di Cervantes, Navarro Ledesma, e del pittore toledano Ricardo Arredondo.

Su richiesta di Gregorio Marañón, nell’aprile del 1923 una grande lapide fu collocata nella sua casa di calle de Santa Isabel, dove Galdós scrisse Ángel Guerra, in occasione di un evento a cui parteciparono Ramón Pérez de Ayala e altri grandi scrittori giunti da Madrid.

Cardenal Pedro de Tavera

Prelato di inoppugnabile reputazione nato nel 1472 a Toro. Fu consigliere dell'Inquisizione dal 1506, nominato dal Re cattolico in persona, e premiato con l’incarico di vescovo di Ciudad Rodrigo per il lavoro di controllore e magistrato svolto presso la Cancelleria di Valladolid. Alla morte di re Ferdinando Il Cattolico, fu proprio il Cardinale Pedro de Tavera a recarsi dai reali di Portogallo per trattare un doppio matrimonio: quello di Carlo I con la principessa Isabella e quella del re lusitano D. Juan con Catalina, la sorella dell’imperatore. Per quindici anni presiederà l’Ordine di Santiago insieme alla presidenza del Consiglio del regno di Castiglia, periodo durante il quale si distinguerà per la difesa degli interessi di questa regione di fronte alle mire espansionistiche della politica imperiale. Nel 1534 fu insignito della carica di arcivescovo di Toledo.

Nella Cattedrale di questa città portò a termine l’opera avviata dal suo predecessore, con il trasferimento dei corpi dei sovrani nella nuova cappella dei Re Nuovi. Nel 1539 avviò i lavori del coro alto, dando incarico per la decorazione interna della porta dei Leoni e in seguito della realizzazione della grande grata del coro, mentre l’architetto spagnolo Francisco de Villalpando stava lavorando alla costruzione del presbiterio. Ristrutturò i palazzi arcivescovili e fece costruire, sotto la torre, la cappella di San Giovanni Battista, opera di Alonso de Covarrubias, destinata inizialmente ad ospitare le sue spoglie, prima che cambiasse idea scegliendo il presbiterio per la sua ultima dimora terrena, di fronte alla tomba del Cardinale Mendoza. Oggi le sue spoglie non riposano neppure lì.

Ma per ammirare l’opera magna del Cardinale nella città di Toledo bisogna uscire dalle mura: l’Ospedale di San Giovanni Battista (Hospital de San Juan Bautista), noto oggi come Ospedale di Tavera o Afuera, eretto nei terreni concessi dal governo della città nel 1541.

Morì a Valladolid, dove si era recato per celebrare le esequie della principessa María Manuela di Portogallo, prima consorte di Filippo II, morta dopo aver dato alla luce lo sfortunato infante Carlo. La sua tomba, al centro della chiesa dell’Ospedale di San Giovanni Battista, è un capolavoro dello scultore Alonso de Berruguete.

El Greco

Tra il 1577 e il 1579 dipinge l’Espolio per la sagrestia della Cattedrale di Toledo. In quello stesso anno Filippo II gli affida il San Maurizio per l’Escorial, quadro che tuttavia non appaga le aspettative del priore Geronimo, chiudendogli le porte per lavorare alla corte del sovrano. Tra il 1586 e il 1588 a Toledo lavora al suo capolavoro, “La sepoltura del conte di Orgaz”, presso la chiesa parrocchiale di Santo Tomé, con una impressionante serie di ritratti nella parte inferiore, che denotano una straordinaria capacità di osservazione sia degli aspetti psicologici che fisici dei personaggi, e una certa violenza e asprezza nell’interpretazione del Paradiso. A partire da questo momento, El Greco sposa nello stile una forte vene espressiva, che lo porta a penetrare profondamente l’ideale spirituale che agitava la coscienza spagnola contemporanea.

Saranno frequenti i quadri religiosi con novità iconografiche, ricchi di estasi e beatitudini mistiche. L’artista abbandona gradualmente la realtà, la vita presente, per abbracciare progressivamente una poetica sempre più visionaria e spirituale. È il periodo dedicato a volti estasiati e a corpi che via via si allungano, dando vita a un mondo ideale tutto suo.

I colori si limitano a una scala ridotta all’osso, che quasi mai contempla sfumature. L’artista preferisce colori duri, blu freddi, gialli e verdi, insieme a tonalità di malva e viola, che si traducono in riflessi dello spirito che li rende vivi. Dalla fine del 1596 dipinge diversi retabli: quello del Collegio di María d’Aragona a Madrid, di Villanueva y Geltrú e di Bucarets, nonché quello della cappella di San Giuseppe a Toledo. A Toledo alleste una bottega-laboratoio per la riproduzione dei suoi originali, in particolari santi e apostoli, per venire incontro a un mercato alla portata di tutti.

È agli inizi del Seicento che risalgono i suoi splendidi ritratti intimisti, come quello del Cardinale bambino di Guevara o quello di fra’ Ortensio Paravicino, periodo durante il quale l’autore mette a punto una fase finale della propria tecnica pittorica in cui attraversa una pennellata lunga cerca la massima espressività e movimento delle figure. A questa fase appartiene il San Bernardino, varie figure di apostoli, il complesso dell’Ospedale della Carità a Illescas e quadri con temi profani, come la Veduta di Toledo, visione della città tra sogno e realtà fino a toccare l’astrazione pura nell’Annunciazione.

Presso l’Ospedale di Tavera è conservata la scultura del Cristo Risorto, benché la sua attività scultorea sia decisamente limitata. È noto che a Toledo ebbe una intensa vita intellettuale. Il poeta e drammaturgo spagnolo Luis de Góngora venne a trovarlo, dedicandogli un tributo postumo. Le sue opere toledane sono distribuite tra le Cattedrale e il Museo omonimo, che ospita due delle tre collezioni complete dell’apostolato, insieme ad altri quadri, la chiesa di San Domenico Vecchio, in cui sono conservati persino contratti e disegni preparatori dell’opera, il Museo di Santa Croce, la Cappella di San Giuseppe, l’Ospedale di Tavera, con il tetro ritratto postumo del Cardinale e della sua chiesa, di cui è autore dell’altare. Artista incompreso e trascurato per molto tempo, come la sua amata Toledo.

La sua riscoperta a partire dal 1870 circa coincide con la riscoperta del valore artistico di Toledo. Toledo e il suo pittore, uniti indissolubilmente per sempre.

Nella figura a sinistra, è ritratto il volto di El Greco (non vi sono molte immagini autentiche dell’artista), impersonato da Nick Ashdon, attore che ha interpretato il geniale pittore nel primo film dedicato a questo artista di origini cretesi e girato in gran parte proprio a Toledo.

Federico Martín Bahamontes

Che gioia per la Spagna intera quando alla fine degli anni Cinquanta “Fede”, questo il diminutivo con cui lo chiamavano, decideva di lasciare il gruppo ai piedi dei Pirenei e in salita guadagnava venti minuti, venti sul gruppo degli inseguitori! E come invece soffrivano gli spagnoli quando, giunto in cima, si fermava per gustarsi un fresco gelato, aspettando il resto degli affaticati ciclisti! Ma perché non continua?...era la domanda che un intero paese si poneva. Conquistava sempre il premio della montagna e nel 1959, decise finalmente di non fermarsi, conquistando prima la vetta e poi tutto il Tour de France, chiamando a raccolta un paese intero che scese in strada per accoglierlo da vero trionfatore. E la sua Toledo si vestì a festa per dare il meritato benvenuto all’eroe, dedicandogli la piazza de la Magdalena dove fino a pochi anni fa c’era ancora il suo negozio di biciclette, prima che “Fede” chiudesse bottega per andare in pensione..

Fede, appunto, come la città di Toledo lo chiama ancora con affetto, nasce in una modesta famiglia nei pressi di Val de Santo Domingo il 9 luglio 1929. Per il suo profilo umano ci affidiamo alle parole del giornalista spagnolo Alfonso Martínez Garrido riportate nel Dizionario di Moreno Nieto: “Bahamontes è una figura umana e teatrale, eroica e romanzesca, con tratti inconfondibili, che se in alcune occasioni hanno toccato le sonorità della commedia, in molte altre circostanze sfiorarono il dramma. I suoi trionfi sono stati spesso accompagnati da grandi delusioni. [...] Trionfò quando nessuno se lo aspettava e perse quando tutti erano pronti a festeggiare una sua vittoria. Era indubbiamente, e lo è ancora, un vero spagnolo, con le migliori virtù che questa terra possa offrire e, probabilmente, anche con tutti i difetti che contraddistinguono questa razza. Malgrado ciò, Bahamontes è stato uno dei tre migliori ciclisti della sua epoca, e le sue vittorie sarebbero state molte di più se i due uomini che impararono a conoscerlo e a capirlo fossero giunti prima nella sua vita professionale.

Può vantare un elenco infinito di premi e vittorie, ma anche una spina, condivisa da tutti i suoi tifosi: non aver mai conquistato la Vuelta, proprio nella sua terra. In Spagna.

Félix Urabayen

Scrittore navarro-toledano. Nacque a Ulzurrun (1883) e dopo aver lavorato a Toledo per 25 anni (1911-1936) come romanziere, tipografo e saggista, durante i quali fu anche docente della Scuola magistrale e direttore negli anni della repubblica, morì a Madrid l’8 febbraio 1943.

Félix Urabayen pubblica il suo primo romanzo nel 1920, quando aveva 38 anni. Il primo ventennio del Novecento, periodo che corrisponde alla formazione intellettuale dello scrittore, coincide con uno dei periodi di maggiori cambiamenti nel panorama sociale, politico e letterale in Spagna.

Felix è uno dei numerosi artisti che sente forte il richiamo di Toledo e della sua gente. Difenderà e amerà questa città con la stessa forza e l’ardore con cui ne attaccherà i suoi abitanti. Félix Urabayen diventò toledano a tutti gli effetti, assimilando la storia di questa città e della sua provincia, che costituiscono la materia da cui nascono tre dei suoi romanzi: Toledo, Piedad (1920), Toledo, la despojada (1924) e Don Amor volvió a Toledo (1936), e nei cosiddetti libri di stampe: Por los senderos del mundo creyente (1928), Serenata lírica a la vieja che contengono gli articoli pubblicati dal quotidiano El Sol dal 1925 al 1936.iudad (1928) ed Estampas del camino (1934),? Come Toledo e la sua Navarra sono i temi ricorrenti del romanzo Vidas difícilmente ejemplares (1931) che comprende Vida ejemplar de un claro varón de Escalona pubblicato nel 1926.

La produzione di romanzi dell'autore è completata da una trilogia dedicata al suo paese natale: La última cigüeña (1921), El barrio maldito (1924), e Centauros del Pirineo (1928), oltre a tre romanzi che non si inseriscono in nessuno dei filoni citati: Tras de trotera, santera (1932), Bajo los robles navarros (1965) e, infine, Como en los cuentos de hadas, opera che non fu mai pubblicata.

Francisco Cervantes de Salazar

(Toledo, 1514?-Messico, 1575) Discepolo di Luis Vives, studia e si forma a Salamanca. Conosce Hernán Cortés insieme a un alto funzionario del Consiglio delle Indie, che lo convincono a imbarcarsi per la Nuova Spagna nel 1551. Due anni più tardi pronuncia il discorso inaugurale della Reale e Pontificia Università del Messico, dove insegna prima retorica, per poi esserne eletto rettore. Come esercizio per gli studenti nel 1554 scrive in latino l’opera dialogata, genere in voga all’epoca, descrivendo Città del Messico. La sua opera, Túmulo imperial de la gran ciudad de México (1560), è una raccolta di onoranze funebri scritte in Messico per l’imperatore Carlo V, con poemi allegorici e lodi caratteristiche di questo genere. Crónica de la conquista de la Nueva España intende invece esaltare le gesta del conquistador Hernán Cortés. Il filologo spagnolo José Luis Madrigal attribuisce a Francisco Cervantes de Salazar la paternità de El Lazarillo de Tormes, sulla base di un meticoloso studio linguistico comparativo della cronaca e del romanzo picaresco, insieme all’analisi del rapporto epistolare tra l’editore dell’opera, il cosmografo della Corona, Juan López Velasco, e l’influenza esercitata dal maestro di Francisco Cervantes de Salazar, l’umanista nativo di Toledo, Alejo Venegas.

Francisco de Rojas Zorrilla

(Toledo, 1607-Madrid, 1648) Visse a Madrid, ma è alla città di Toledo che è legata una parte degli studi umanistici. La stima personale da parte del sovrano Filippo IV, gli permette di presentare in anteprima davanti alla corte reale riunita presso El Pardo, la commedia “Persiles y Segismunda”, ispirata all’opera di Cervantes, e a inaugurare l’anfiteatro del Buen Retiro con “Los bandos de Verona”. Come altri autori del suo tempo, fu decisamente prolifico: tragedie, auto sacramentali ma soprattutto commedie, campo in cui eccelle per la sua bravura. Sia in Entre bobos anda el juego che in Don Lucas del cigarral tratteggia il profilo di un cavaliere toledano. Quest’opera rappresenta una importante fonte di ispirazione per autori francesi e spagnoli, tra cui una operetta (in spagnolo zarzuela) del Novecento. Ma anche in Obligados y ofendidos rimanda ad ambienti e atmosfere di questa città.

Quando il re gli concede l’Abito di Santiago, da Toledo giunsero informazioni non favorevoli sul conto dello scrittore, il quale avrebbe intrattenuto rapporti con mori e avrebbe avuto persino ascendenti riconducibili alla comunità ebraica; il re tuttavia incaricò lo scrittore e poeta spagnolo Francisco de Quevedo di completare il rapporto, al termine del quale il drammaturgo fu insignito della croce nel 1646. Morì nel 1648 a soli quarant’anni. Le sue opere continuarono ad essere portate in scena fino al Settecento e oltre. A lui è stato dedicato l’attuale teatro di Toledo, inaugurato nel 1878 nell’antico corral de comedias (letteralmente cortile delle commedie, luogo deputato alle rappresentazioni teatrali durante il Secolo d’Oro spagnolo) presso il mercato della frutta.

Garcilaso de la Vega

(1503-1536) È passato alla storia come il prototipo del cavaliere rinascimentale, conforme al modello proposto da Baldassarre Castiglione ne “Il Cortigiano”: soldato valoroso, fine cortigiano, avido lettore e raffinato poeta.

La sua breve esistenza fu testimone del primo periodo del regno di Carlo I, a cui dedicò la sua stessa vita, persino davanti ai comuneros castigliani, gli abitanti dei comuni castigliani che si ribellarono nel 1520 al sovrano. Rivestì l’incarico di regidor (podestà) di Toledo e lo stesso imperatore gli organizzò un matrimonio combinato. Partecipò all’incoronazione di Carlo I a Roma, si recò in Francia per poi essere esiliato nel 1531 in un’isola del Danubio prima e quindi a Napoli, avendo assistito a un matrimonio segreto di un nipote, figlio di un fratello comunero, senza l’autorizzazione dell’imperatore.

Già in vita era un poeta particolarmente apprezzato, a dispetto di una produzione letteraria quantitativamente limitata, che tuttavia è considerata un esempio di classicismo rinnovato. Fu il primo e il più grande tra gli autori classici a rompere con la tradizione medievale, sia dal punto di vista formale che tematico, scegliendo il cammino del romanzo cavalleresco e del poema epico. Garcilaso introduce in maniera definitiva le strofe insieme alle metriche della tradizione italiana, come il sonetto, l’endecasillabo e l’ideologia petrarchesca. La sua produzione poetica ruota attorno alla vita militare e amorosa, che a causa del destino fu costretto a vivere precocemente in prima persona. La meticolosa scelta del vocabolario forgia uno stile linguistico cortigiano, elegante, sonoro e ricco di sfumature, che tuttavia non disdegna elementi o detti popolari.

A causa della prematura scomparsa a Garcilaso de la Vega fu riservato lo stesso trattamento dei grandi latini; la sua poesia fu raccolta in edizioni annotate e commentate dal poeta sivigliano Fernando de Herrera e dall’umanista Francisco Sánchez de las Brozas. Analogo destino sarebbe stato riservato a Luis de Góngora, morto nel 1627.

Toledo gli ha dedicato una statua davanti alla Chiesa di San Pietro Martire, luogo in cui sono conservate le sue spoglie.

Gregorio Marañón

Nacque a Madrid il 19 maggio 1887, città dove morì il 27 marzo 1960. Sposato con Dolores Moya nel 1911, ebbe tre figlie e un figlio (Carmen, Belén, María Isabel e Gregorio).

Figura austera, umanista e liberale, è considerato come uno dei più brillanti intellettuali spagnoli del Novecento che al di là della straordinaria cultura, colpisce per lo stile elegante della sua produzione. Figlio di un giurista, perse la madre quando aveva solo tre anni.

Lettore instancabile, parlava correntemente inglese, francese e tedesco. Durante l’adolescenza conobbe personalmente e frequentò gli amici del padre, tra cui José María de Pereda, Alfredo Vicenti, Marcelino Menéndez Pelayo e Benito Pérez Galdós.

Come altre figure intellettuali dell’epoca, si appassiona di politica e temi sociali. Combatte la dittatura di Primo de Rivera, appoggia inizialmente la Seconda Repubblica, prendendo esplicitamente posizione nei confronti del comunismo; in seguito, dinanzi alla deriva e al caos sociale di quel periodo storico, condanna pubblicamente gli attentati contro le chiese date alle fiamme, così come gli eccessi da entrambe le parti durante la tragedia della guerra civile, mettendo in grave pericolo la propria vita.

Nella facoltà di medicina ebbe cinque grandi maestri: Federico Olóriz y Aguilera, Santiago Ramón y Cajal, Juan Madinaveitia, Manuel Alonso Sañudo e Alejandro San Martín y Satrústegui. Specializzato in endocrinologia, fu uno dei precursori di questa disciplina, che dal 1931 lo portò ad assumerne la cattedra presso l’Università di Madrid. Fondatore dell’istituto di patologia medica, presidente dell’istituto di endocrinologia sperimentale e dell’istituto di ricerche biologiche, contribuì a stabilire il rapporto esistente tra psicologia ed endocrinologia.

Insieme al dottor Teofilo Hernando scrisse il primo trattato di medicina interna in Spagna e il suo Manuale di diagnosi eziologica (Manual de diagnóstico etiológico) è uno dei testi medici più diffusi a livello mondiale, per l’approccio innovativo allo studio delle patologie e gli inediti e infiniti contributi clinici. Ma se è vero che l’impronta di Marañón è incancellabile sul piano scientifico, ciò che rende la sua opera eterna, universale e ancor più singolare è la scoperta del piano etico, morale, religioso, culturale, storico…in sintesi “umano” che la caratterizza.

Fu ammesso a cinque delle otto Accademie Reali spagnole. Oltre alla sua devozione “anima e corpo” alla causa medica, scrisse pressoché su qualsiasi argomento: storia, arte, cucina, abbigliamento, le masse... ecc. dando vita a un genere letterario inedito e singolare, il “saggio biologico”, in cui descrive le grandi passioni umane attraverso figure storiche e i relativi profili psichici e fisiopatologici: la timidezza nel suo libro Amiel, il risentimento in Tiberio, il potere ne El Conde Duque de Olivares, l’intrigo e il tradimento politico in Antonio Pérez, uno dei precursori della “leggenda nera” spagnola, il “dongiovannismo” in Don Juan, ecc.

A Madrid esiste un ospedale a lui dedicato, una rotatoria lungo il paseo de la Castellana e financo una stazione della metropolitana, per non parlare delle moltissime strade a lui dedicate in tutta la Spagna. Analogamente sempre a lui è dedicato il Colegio Mayor dell’Università di Castiglia-La Mancia.

Nel 1922, riceve a Toledo il “Cigarral de Menores”, tenuta signorile dove avrebbe trascorso molte ore del suo tempo e dove avrebbe composto gran parte delle sue opere, guadagnandosi il diritto al riconoscimento di “figlio adottivo” della città.

Gustavo Adolfo Bécquer

(Siviglia, 1836-Madrid, 1870). Trascorre a Toledo gli anni che seguono il rovesciamento di Isabella II dal trono spagnolo. Del suo progetto di una imponente opera, Historia de los templos de España (Storia dei templi in Spagna) fu pubblicato solo il primo volume, dedicato proprio a Toledo. Già a partire dalle sue monografie, come quella dedicata a San Giovanni dei Re (San Juan de los Reyes), si cominciano a intravedere i caratteri simbolisti della sua prosa. Lo straordinario valore del Bécquer lirico non deve tuttavia sminuire l’importanza dell’autore delle Leggende (Leyendas), che nascono da un profondo interesse per la letteratura popolare, tra le quali sono diverse quelle intimamente legate alla città di Toledo. Frutto dei suoi primi tre viaggi a Toledo è invece la leggenda Tre date (Tres fechas).

L’anno delle sue nozze, il 1861, pubblica Il braccialetto d’oro (La ajorca de oro), opera strettamente legata alla Vergine del Sacrario, mentre la leggenda de Il bacio (El beso) è ispirata alla chiesa di San Pietro Martire; infine La rosa della passione (La rosa de la pasión) e Il Cristo del teschio (El Cristo de la Calavera) si rifanno a tradizioni toledane ancora più remote. In tutte è palpabile la capacità dell’autore di rimodellare un’atmosfera soprannaturale, giocando con luci ed ombre, così come con i suoni, che testimoniano la sua completa educazione artistica. A Toledo è ricordato in calle de San Ildefonso, dove la tradizione vuole che la pianta di alloro che fa capolino dal muro, fu piantata dalle sue mani. La calle de Los Bécquer, già calle La Lechuga, si riferisce, forse erroneamente, a un altro luogo della città in cui visse il poeta.

Jacinto Guerrero

Illustre compositore nato ad Ajofrín il 16 agosto 1895, dove il padre era sagrestano, cantore, organista e direttore della banda musicale della chiesa parrocchiale. Già a 9 anni Jacinto suona l’armonio. Alla morte del padre, l’intera famiglia si trasferisce a Toledo, dove Jacinto entra nel Collegio di Nostra Signora degli Infanti (Colegio de Nuestra Señora de los Infantes) come seise, uno dei sei piccoli cantori del coro di cattedrale. Studia da seminarista per circa due anni, ma comincia a suonare in un caffè di calle “Hombre de Palo” e nelle feste di paese.

Di lì a poco viene nominato organista della chiesa parrocchiale di San Giusto. Compone un “Inno a Toledo”, e il Comune della città e l’amministrazione locale gli concedono una borsa di studio per il Conservatorio reale di Madrid. E nella capitale lavora come violinista nel teatro Apolo.

Il primo successo arriva nel 1921, con la prima de La Pelusa al teatro madrilegno La Latina, opera che viene rappresentata consecutivamente per duecento giorni. Muñoz Seca e altri drammaturghi gli danno la caccia per musicare le proprie opere, ed è qui che comincia la scalata professionale del maestro Guerrero.

La Alsaciana, la sua prima operetta (in spagnolo zarzuela), ricevette una fragorosa accoglienza al teatro barcellonese Tívoli, mentre La Montería, Los Gavilanes, La fama del tartanero, El Huésped del Sevillano e La Rosa del Azafrán, sono operette emblematiche del repertorio del maestro toledano, di cui le ultime due rendono omaggio alla sua terra natale.

Sono gli anni della dittatura di Primo de Rivera e il maestro di Ajofrín mette in scena un’opera all’anno. Parte per Parigi, quindi alla volta di Buenos Aires nel 1930, dove propone lo spettacolo di varietà El sobre verde, genere che a sua volta ottiene un successo straordinario. Tra le altre sue opere più celebri ricordiamo La blanca doble, Cinco minutos nada menos e La orgía dorada, alcune portate in scena consecutivamente per oltre mille giorni. Partecipò anche a novità assolute, come la partitura della reclame della celebre bambola Mariquita Pérez o la colonna sonora del primo film di animazione, Garbancito de la Mancha.

Al di là della sua attività musicale, Jacinto Guerrero costruì nel 1933 l’edificio-teatro Coliseum sulla Gran Vía a Madrid, magnifico esempio di art decó, che oggi ospita la fondazione a lui dedicata. Fu persino consigliere comunale a Madrid e presidente della Società generale degli autori (Sociedad General de Autores), per la quale acquistò l’attuale sede nel celebre palazzo modernista di Longoria.

Morì il 15 settembre 1951. Alla sua memoria è stato naturalmente ribattezzato il Conservatorio musicale di Toledo, situato presso l’antica Chiesa di San Giovanni della Penitenza.

Juan de Padilla

Eroe popolare e martire della libertà del popolo castigliano. Nacque a Toledo nel 1484 e si dedicò alla professione delle armi, fino a essere nominato capitano di genti d’armi nel 1518 su istanza del padre.

Nemico di Carlo I, che gli aveva negato il feudo di Peña de Martos (1519), alzò la sua voce contro la politica imperialista del re e, dopo essere stato nominato capitano delle milizie toledane (1520), raggiunse Segovia per sostenere Bravo contro il podestà Ronquillo. Quindi, nominato capitano generale dalla Giunta santa d’Ávila (1520), conquistò le città di Medina e Tordesillas, dove fu ricevuto dalla regina Giovanna.

A causa delle rivalità intestine, i comuneros castigliani, vale a dire gli abitanti dei comuni castigliani che si ribellarono nel 1520 al sovrano, affidarono il comando supremo a Pedro Girón, che tradì la causa, passando dalla parte dell’imperatore. Recuperato il comando, Juan de Padilla conquistò Ampudia e Torrelobatón, ma fu sconfitto a Villalar, dove fu condannato a morte per decapitazione lo stesso anno, nel 1521, insieme a Bravo e Maldonado.

Fiumi di parole sono stati versati su questo personaggio. Per alcuni fu un ciclone, per altri, debole e impalpabile, mosso dal coraggio della sua valorosa signora, doña María de Pacheco.

Qualunque sia la verità, oggi occupa un posto privilegiato nella storia delle libertà toledane, per l’eroico patriottismo e lo spirito di sottomissione cristiana con cui seppe affrontare la morte. La sua casa fu demolita e cosparsa di sale, perché lì non potessero crescervi neppure erbe selvatiche e, nel suo ruolo di giudice d’infamia, il podestà Zumel, fece erigere una colonna infame con tanto di targa nell’antica plazuela de los Tueros, ove si trovavano alcune case della famiglia.

La targa fu fatta togliere dall’imperatore, su richiesta di Gutiérrez López de Padilla, fratello minore di Juan.

Gianello Torriani

Orologiaio e inventore al servizio personale dell’imperatore Carlo V. La sua invenzione con la quale nella seconda metà del Cinquecento riuscì a far risalire l’acqua dal ponte di Alcántara fino all’Alcázar è la più nota e celebre tra le tante che progettò nel corso di quel secolo.

Oggi sappiamo che nacque a Cremona e morì il 13 giugno 1585. La sua vita è pressoché sconosciuta fino al 1530, anno dell’incoronazione di Carlo I a Bologna. Noto appassionato di arti meccaniche, Carlo V d’Asburgo nativo di Gent, fu omaggiato in occasione della sua incoronazione con uno straordinario orologio astronomico, costruito da Giovanni Dondi a metà del Trecento e che giaceva nell’oblio più assoluto a Pavia. L’Imperatore ordinò che fosse riparato con il massimo zelo, ma nessuno osava accettare una simile sfida, tranne uno sconosciuto e giovane orologiaio raccomandato da don Alonso de Ávalos, marchese del Vasto.

In questo modo Gianello Torriano, noto anche come Juanelo Turriano o Giovanni Torriani entrò al servizio di Carlo I, sovrano che accompagnò persino durante il suo esilio a Cuacos de Yuste, consolando e allietando gli ultimi anni di vita dell'imperatore con ingegnosi artifizi automatici e splendidi orologi.

Alla morte di Carlo V fu invitato a trattenersi a corte, al servizio di Filippo II e nel 1565 ricevette lo storico incarico che lo avrebbe reso famoso nei secoli.

Fu infatti grazie a una geniale invenzione di Gianello Torriani che fu possibile vincere la storica mancanza d’acqua che affliggeva Toledo. Non del tutto, se è vero che per soli cinquant’anni, dal 1569 al 1618 la città di Toledo potè contemplare esterefatta il corso della fresca acqua risalire dal ponte di Alcántara fino al punto più alto della facciata settentrionale dell’Alcázar, senza l’intervento di energia umana o animale: era la sola forza dell'acqua a muovere il meccanismo, che tanto fece parlare scrittori e poeti dell’epoca, ma che la città non seppe poi sfruttare.

Julio Rey

Straordinario atleta, è giunto ottavo nella finale dei 10.000 metri in occasione dei Campionati del Mondo del 1997, conquistando un secondo e un ottavo posto rispettivamente nel 2003 e ai Mondiali di Helsinki del 2005.

Nei Campionati d’Europa ha conquistato due medaglie di bronzo sempre nella maratona, nel 2002 e nel 2006

Nell’edizione dei Campionati d’Europa del 2002 disputati a Monaco di Baviera partiva come grande favorito, insieme ad altri atleti spagnoli, ma Janne Holmen, atleta semisconosciuto finlandese ma con un discreto record personale, andò in fuga al km 2, accumulando un vantaggio di 1´30 al km 35, per poi andare a vincere in tutta tranquillità. Occorre precisare che il giorno della gara le condizioni metereologiche erano decisamente avverse, con una temperatura di 15 gradi e un tasso di umidità del 95% con pioggia, condizioni che fecero pensare al gruppo che la fuga di Holmen fosse pressoché impossibile.

Julio Rey ha partecipato alla maratona delle Olimpiadi di Atene del 2004, dove però si è classificato solo 58° (per bisogni fisiologici).

Campionati del Mondo

Argento a Parigi 2003

Campionati europei

Bronzo a Monaco di Baviera 2002
Bronzo a Göteborg 2006

Campionati nazionali (Spagna)

Campione nazionale dei 10.000 metri nel 1997
Campione nazionale di corsa campestre nel 1997 e nel 1998
Campione nazionale di mezza maratona nel 2004

María de Pacheco

Figlia di Don López de Mendoza, quarto duca del Infantado e quinto marchese di Santillana, conte di Tendilla e primo governatore militare a conquistare Granada, e di Doña Francisca de Pacheco, figlia del marchese di Villena, nacque alla fine del Quattrocento. I suoi fratelli erano il marchese di Mondéjar e lo scrittore Diego Hurtado de Mendoza. Fu una delle prime figure femminili a seguire il movimento intellettuale promosso da Isabella La Cattolica, Beatriz Galindo - precettrice della regina, nonché colei a cui si deve la frase che sintetizza alla perfezione l’estetica umanista del “buon gusto” - Francisca de Nebrija, Lucía Medrano, Clara Chitera, tra le altre.

Dice di lei il suo segretario: “Era...molto erudita in latino, greco e matematica, e conosceva a memoria le Sacre Scritture, ed era particolarmente colta in qualsiasi genere di storia e, soprattutto, nella poesia… Al suo arrivo in Portogallo, dove si era recata per migliorare le precarie condizioni di salute, lesse i principali autori di medicina, convinta che se un qualunque intellettuale esperto in una di queste discipline le avesse fatto dono di una sua visita per conversare in sua compagnia, era d’uopo che venisse ricevuto degnamente, giacchédi qualunque argomento conversava? con acume e ingegno”.

Si sposò nel 1510 con Juan Padilla, nobile toledano. Ebbe un ruolo rilevante nella vita politica del suo tempo: cercò di patrocinare la candidatura del fratello Francisco de Mendoza alla sede arcivescovile di Toledo, così come mosse le sue conoscenze per ottenere l’incarico di gran maestro di Santiago per il marito. Abbracciò, infine, la causa dei comuneros, gli abitanti dei comuni castigliani che si ribellarono nel 1520 al sovrano. La sua partecipazione a questo movimento fu decisiva e le cronache narrano che fu lei, proprio lei, la vera musa istigatrice del marito, Juan Padilla. Ad ogni modo, in occasione di queste rivolte, ebbe una straordinaria influenza sulla vita della città, come testimoniano le parole del capitano generale Don Juan Ribera in una lettera ai governatori datata 29 maggio 1552: “quando viene menzionato il nome di Doña María de Toledo, agli abitanti della città ribolle il sangue come quando si accende il fuoco sotto una padella”. Fu ancora lei a designare autorità comunali e imporre nuove tasse e tributi per la causa, mentre i suoi uomini di fiducia passavano in rassegna le chiese parrocchiali per mantenere alto lo spirito militare dei civili. In seguito alla morte del marito a Villalar, María de Pacheco difese con strenuo valore la città di Toledo. Costretta alla capitolazione, firma il 25 giugno una onorevolissima resa, che consentiva a Toledo di mantenere il titolo di città “molto nobile e molto leale”, il perdono per tutti i suoi abitanti, la sospensione del pagamento dei danni fino all’arrivo del re e la garanzia che “la città avrebbe conservato intatti tutti i suoi privilegi, franchigie e libertà”.

Condannata a morte (24 gennaio 1523) con condizioni inappellabili, fugge fino a Porto nel 1521, seguita dai suoi fedelissimi. “Afflitta da un dolore al costato” qui morì nel marzo 1531 e fu sepolta, secondo le sue prime volontà, presso l’altare maggiore della Cattedrale, dove ancora oggi si trovano le sue spoglie, anche se in un secondo momento aveva espresso il desiderio che i suoi resti fossero tradotti a Villalar, accanto a quelli del marito.

Mary Carrillo

In campo teatrale, si unisce dapprima alla compagnia di María Bassó e Nicolás Navarro, quindi, nel 1940, a quella di María Guerrero, con la quale va in scena in La florista de la reina, La santa hermandad e La santa virreina. Nel 1948 dà vita alla propria compagnia teatrale.

Nel 1958 torna al cinema, con il regista italiano Marco Ferreri ne Il pisito. Gli anni successivi sono segnati da film di spessore, in cui Mary Carrillo può esprimere appieno il suo straordinario talento artistico, interpretando ruoli drammatici, pur senza disdegnare la commedia.

Le sue figlie, Paloma, Teresa y Fernanda Hurtado, sono a loro volta attrici e comiche.

Opere teatrali recenti

En busca de Marcel Proust (1978)
La vieja señorita del paraíso (1980), di Antonio Gala
La enemiga (1982)
Buenas noches, madre (1984), con Concha Velasco
La casa de los siete balcones (1989)
Los buenos días perdidos (1991), con la partecipazione della figlia Teresa
Hora de visita (1995)

Cinema (selezione)

Marianela (1940), di Benito Perojo
El Pisito (1959), di Marco Ferreri
Nueve cartas a Berta (1966), di Basilio Martín Patino
Los chicos del Preu (1967), de Pedro Lazaga
Las Secretarias (1968), de Pedro Lazaga
El crimen de Cuenca (1980), di Pilar Miró
Gary Cooper que estás en los cielos (1980), di Pilar Miró
L’alveare (1982), di Mario Camus
L’indiscreto fascino del peccato (1983), di Pedro Almodóvar
Akelarre (1984), di Pedro Olea
Los santos inocentes (1984), di Mario Camus
Más allá del jardín (1996), di Pedro Olea

Premi

- Premio nazionale del Teatro (1949 e 1961)
- Medaglia d’oro del Circolo di belle arti (1948 e 1982)
- Medaglia d'oro di Valladolid (1955)
- Premio Carabelle di Parigi (1956)
- Premio del Circolo degli autori cinematografici (1959) per El pisito
- Premio della critica di Barcellona (1963)
- Premio Teatro di Avilés (1964)
- Premio York (1966)
- Premio Ondas (1969): Migliore attrice televisiva
- Premio del Circolo degli autori cinematografici (1982) per L’alveare (La Colmena)
- Premio Goya (1995): Migliore attrice non protagonista per Más allá del jardín
- Premio Teatro Miguel Mihura (1990)
- Premio alla carriera del sindacato degli attori (1995)

Miguel de Cervantes Saavedra

Miguel de Cervantes Saavedra, romanziere, poeta e drammaturgo spagnolo. Nacque il 29 settembre 1547 ad Alcalá de Henares e morì il 22 aprile 1616 a Madrid, benché sia stato sepolto il giorno successivo, il 23 aprile data conosciuta della sua morte.

È considerata la massima figura della letteratura spagnola. È noto universalmente, soprattutto per essere l’autore dell’Ingegnoso cavaliere Don Chisciotte della Mancia, che molti critici considerano il primo romanzo moderno, nonché una delle migliori opere della letteratura universale.

È stato soprannominato il principe degli ingegni.

Il padre, nativo di Cordoba ma con radici galiziane, si chiamava Rodrigo de Cervantes e di professione faceva il chirurgo; della madre si sa poco o nulla, salvo il fatto che si chiamava Leonor de Cortinas. È curioso notare come il cognome «Saavedra» non risulta in nessun documento del primo Cervantes, né viene mai usato dai suoi fratelli. Il nome ufficiale alla nascita era infatti «Miguel de Cervantes Cortinas». Cominciò a usare il cognome «Saavedra» solo in seguito al suo ritorno dall’esilio in Algeria, probabilmente per distinguersi dall’omonimo Miguel de Cervantes Cortinas, personaggio che era stato bandito dalla corte.

Non esistono informazioni precise sui primi studi di Miguel de Cervantes, che certamente si interruppero prima dell’università. Sembra che possa avere studiato a Valladolid, Córdoba o Siviglia, come è possibile che frequentato la Compagnia del Gesù, come suggerisce il fatto che nel romanzo El coloquio de los perros si trova una descrizione del collegio dei gesuiti che sembra alludere agli anni di vita studentesca

Nel 1566 si stabilisce a Madrid. Frequenta l’Estudio de la Villa, antica istituzione istituita da Alfonso XI il 7 dicembre 1346, presieduta dal professore di grammatica Juan López de Hoyos, che nel 1569 pubblica un libro sulla malattia e morte della regina Doña Isabel de Valois, terza consorte di Filippo II.

Esiste ancora un’ordinanza del 1569 di Filippo II, in cui si ordina l’arresto di Miguel de Cervantes, reo di aver ferito in un duello un tale Antonio Sigura, di professione capomastro. Se si trattasse effettivamente di Miguel de Cervantes, potrebbe spiegare il motivo che lo portò a trasferirsi in Italia, dove giunse nel dicembre dello stesso anno a Roma. Cervantes si disseta dell’arte e dello stile italiano, e serberà sempre un gratissimo ricordo di quel periodo, sentimento che trapela, ad esempio, ne El licenciado Vidriera, una delle Novelas ejemplares dell’autore, o si intuisce da diverse allusioni in altri lavori.

Si arruola al servizio di Giulio Acquaviva e quindi si imbarca, sotto il comando di Miguel de Montcada, sulla Marquesa, galera che nel 1571 salta alla volta di Lepanto, teatro della Grande battaglia.

Nessuno tagliò la sua mano sinistra, che in realtà si anchilosò quando un pezzo di piombo gli recise un nervo facendogli perdere completamente il movimento dell’arto.

Rafael Canogar

Rafael Canogar (Toledo, 1935) è un pittore spagnolo, una delle figure di spicco dell'arte astratta in Spagna.

Un discepolo di Daniel Vázquez Díaz (1948-1953), nelle sue prime opere trovato un modo per raggiungere l'avanguardia e, presto, guarda astrazione profondo.

Ha usato una tecnica originariamente escultopictórica: con le loro mani graffiate o spremuto la pasta sui fondi tremare i colori. E 'stato un quadro in cui il gesto iniziale proviene direttamente dal cuore. A questo punto Canogar incarna il meglio della Mater pittura.

Nel 1957 ha fondato con altri artisti (A. Saura, M. Millares e Luis Feito) e critico José Ayllón Madrid gruppo El Paso. E 'influenzato dalla pittura di azione. Essi controllati tra il 1957 e il 1960, un valore estetico informale e l'apertura della Spagna di Franco per la scena internazionale. L'informalità è essenzialmente espressione di libertà, come la calligrafia irripetibile e unico, compiuto con un diretto e spontaneo. Opere altamente intuitiva e appassionato, suonato con l'urgenza che il tempo, l'età e le teorie sostengono. L'informalità era qualcosa di Canogar sostanziale e mistica, autoaffermazione e di auto-realizzazione. Ma questa posizione radicale non poteva, secondo Canogar, mantenuto indefinitamente senza "academicized" e insufficiente per comunicare ed esprimere la tensione, in realtà, la nuova coscienza sociale e politico che è stato il risveglio del mondo.

La terza dimensione, infine, ha dato soluzione al nuovo lavoro, al suo secondo mandato, a partire dal 1963 si sta gradualmente tornando alla realtà di una narrazione sempre più complessa figurazione. L'inserimento di nuovo materiale permette la proiezione nella realtà dello spettatore, con un tentativo esplicito e ineludibile di coinvolgere lo spettatore di un gruppo teatrale. Wickett critico Cerni ha scritto su queste opere di Canogar "I problemi non esprimere opinioni, riflettere i fatti, ma i fatti sono tragedie umane, sono le immagini gerarchia in cui l'oggetto reificato umana e l'importo, diventano simbolici ...."

Nel 1975 lascia questo realismo e di opere realizzate nel corso di una analisi estremamente astratta della pittura, il sostegno della bidimensionalità della pittura. Ma Canogar bisogno di inventare una nuova iconografia, recuperare la sua memoria e - in un tributo alla storica avant-eseguita attraverso la maschera, testa, viso, in quanto rappresenta l'uomo che perde la sua individualità e diventa segno di plastica , mentre il gancio per appendere il dipinto. Canogar rendere il vostro lavoro come una parte strutturale del suo lavoro, la realtà della vita l'uomo è immerso le proprie contraddizioni. Nel 1982 ha ricevuto il Premio Nazionale di Arti Plastiche. Ci sue opere nei musei d'arte moderna: Cuenca, Madrid, Barcellona, Torino, Roma, Caracas e Pittsburg (Canrnegie Inst, ecc.)

San Giovanni della Croce (San Juan de la Cruz)

Nato con il nome di Juan de Yepes Álvarez, da padre toledano e madre moresca di Torrijos. A causa dell’Inquisizione tutta la famiglia fu costretta a fuggire fino a Medina del Campo e al paese di Fontiveros nei pressi di Ávila, dove nacque Giovanni, senza che ciò gli impedisse di trascorrere una parte dell’infanzia a Gálvez, nei pressi di Toledo.

Nel periodo compreso tra gli inizi di dicembre del 1577 e il 15 agosto 1578 fu rinchiuso nella “sua cella” nel convento del Carmen Calzado di Toledo, al buio completo tranne per la luce “che entrava da una piccola fessura”. Fu in questo periodo che compose, almeno i primi versi, le sublimi liriche del Cantico spirituale. La fuga dalla cella, tanto vera quanto inverosimile, lo portò a cercare rifugio presso il convento di San Giuseppe, fondato da Santa Teresa.

Santa Teresa del Gesù

Nata ad Ávila nel 1515, mistica, scrittrice, santa e dottore della Chiesa, Teresa de Cepeda y Ahumada venne ribattezzata Teresa del Gesù, detta anche Santa Teresa d’Ávila, in seguito alla conversione personale e spirituale.

Verso la fine del 1561 cominciò il suo pellegrinaggio per la Spagna, che la portò a toccare le città di Valladolid, Salamanca, Madrid, Medina del Campo, Toledo? dove fondò diversi istituti religiosi e fu promotrice di importanti riforme conventuali. In tutto fondò 15 carmeli.

A Toledo fondò, dopo mille difficoltà, il Convento delle Carmelitane scalze, ordine a cui apparteneva. Qui visse per due brevi periodi, dapprima durante una malattia che l’aveva colpita e in seguito per più di anno. Tra le più importanti opere mistiche di carattere didattico ricordiamo: Il cammino di perfezione (1562-1564), Concetti dell’amore, L’anima o il Castello del re, Il libro della mia vita (1562-1565), Libro delle relazioni e delle grazie, Libro delle fondazioni (1573-1582), Le Costituzioni (1563); Gli Avvisi; Maniera di visitare i conventi delle religiose; Esclamazioni dell’anima a Dio; Meditazioni sul Cantico dei cantici; Il modo di visitare i monasteri delle carmelitane; Regolamenti di una confraternita; Gli Appunti; La sfida spirituale.

Compose anche poesie, brevi scritti, opere singole, senza considerare una serie di opere che le vengono attribuite e 409 lettere raccolte in diversi epistolari. Le opere di Santa Teresa sono state tradotte in quasi tutte le lingue.

Al termine di questo lungo cammino religioso e culturale, Santa Teresa d’Ávila morì ad Alba de Tormes nell’ottobre 1582.

Victorio Macho

Scultore spagnolo nato a Palencia il 23 dicembre 1887. Si formò alla Scuola di belle arti di San Fernando (Escuela de Bellas Artes de San Fernando) a Madrid. Spinto dagli ideali di restaurazione nazionale ispirato alle idee della “generazione del ‘98”, fece numerosi escursioni attraverso le terre di Castiglia.

Nel 1952 rientrò dal suo esilio americano, e l’anno seguente viveva già a Toledo “dove, da quando avevo sedici anni, sognavo di avere una casa, uno studio”. Il suo primo incontro con la città bagnata dal Tago era infatti avvenuto esattamente mezzo secolo prima.

Le sue opere sono espressione di un realismo solido e schematico su argilla e bronzo, pietra e marmo, materiali che l’artista ambiva a trasformare in esseri che vivono e soffrono, capaci di rivelare i segreti più profondi dell’animo umano. Della sua ricca produzione artistica in Spagna, spicca il grandioso Cristo del Otero, la fontana monumentale di Ramón y Cajal del parco del Retiro a Madrid, dove si trovano anche le statue di Pérez Galdós, Tomás Morales e Concha Espina, insieme al mausoleo di Menéndez Pelayo, nella Cattedrale di Santander.

Il museo toledano a lui dedicato ospita la statua seduta della madre e la commovente tomba del fratello, insieme ai busti di Gregorio Marañón e di Menéndez Pidal, e a diversi ritratti, tra i quali merita una citazione quello dello scrittore spagnolo Miguel de Unamuno e un autoritratto giovanile, che gli schiuse le porte della carriera artistica. Oggi le sue opere abbelliscono numerose strade e piazze di diversi paesi del continente americano.

“Toledo è per me la sintesi dell’essenza della razza spagnola”, disse con fermezza lo scultore quando portò tonnellate di bagagli e attrezzatura nella sua nuova casa di Roca Tarpeya.

La città di Toledo lo accolse definitivamente nel 1955, conferendogli il titolo di “Figlio adottivo”.

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