Città di leggende

Toledo è una città magica, bohemienne, nottambula, ipnotica… Questo è il volto di questa città che si nasconde dietro le sue mura. Una città che fece innamorare e fu fonte di ispirazione per artisti come Francisco de Quevedo, El Greco, Gustavo Adolfo Bécquer o Luis Buñuel, senza dimenticare neppure il maestro Paco de Lucía…

Le Leggende rappresentano una testimonianza vivadel ricordo che alcuni geni della letteratura spagnola, accanto a una minoranza di autori anonimi, lasciarono in eredità al sapere popolare, al clamore tramandato da bocca a bocca…

Le Leggende rappresentano senza dubbio lo specchio fedele di questo lato oscuro ma affascinante imprigionato nell’altra Toledo.

Leggenda della rupe Tarpeya

Narra la leggenda.

Narra la leggenda che ai tempi di Romolo, nell'antica Roma, i romani si trincerarono nella fortezza del Campidoglio per resistere agli attacchi dei sabini, popolo che abitava tra il Tevere e l'Appennino, a pochi chilometri da Roma. Ciò che non potevano prevedere i romani era che Tarpeya, la giovane figlia del guardiano della cittadella, Tarpeyo, si innamorasse del re sabino, Tito Tacio, aprendogli le porte della fortezza per potersi unire al suo amato

I sabini, gente d'onore, non tolleravano in nessun caso il tradimento, neppure quello a loro favore da parte di un nemico. Per questo, non appena toccarono il suolo del Campidoglio, uccisero la traditrice Tarpeya, schiacciandola con il peso dei loro scudi.

La leggenda racconta i dettagli più belli e di maggiore interesse di quell'evento, che a volta non hanno nulla di storico o di vero, motivo per il quale esistono diverse versioni dei fatti narrati, come d'altra parte accade anche con gli eventi storici, in base a chi e a come vengono interpretati. In quest'ottica, ci accingiamo a raccontare due versioni del tradimento e della morte di Tarpeya, la traditrice. La prima narra che furono gli stessi romani, che scoperto il tradimento, la scaraventarono da una rupe dal punto più alto del Campidoglio, rupe da cui venivano fatti cadere i traditori. Oggi la rupe è ancora conosciuta con il nome di rupe Tarpeya.

Nell'altra versione, l'amore della giovane Tarpeya cede il passo all'avarizia, allorquando la figlia di Tarpeyo apre le porte della cittadina ai sabini in cambio dei bracciali d'oro che questi indossavano sul braccio sinistro. In questa versione, si narra che Tarpeya morì schiacciata dal peso dei bracciali, che gli invasori scaraventarono contro di lei man mano che entravano nella cittadella del Campidoglio.

Alla radice di questo tradimento, è certo che dalla rupe Tarpeya i romani scaraventavano i condannati per delitti di tradimento.

Ma spostiamoci ora Toledo, navigando tra leggenda e realtà. I romani regnarono su questa città nel corso dei primi tre decenni del IV secolo d.C., imponendo le loro leggi, tradizioni e, secondi i cristiani, il loro paganesimo. In tal senso il governatore della Spagna, Daciano, ordinò che i cristiani fossero considerati illegali e spogliati dei propri beni, che fossero distrutte le loro chiese e bruciati i testi sacri. Coloro che non vollero riconoscere le divinità romane furono condotti nelle segrete della città, situate sotto la rupe, oggi nota con il come di Roca Tarpeya, a due passi da paseo del Tránsito. Chi ebbe la sventura di essere condannato a morte, veniva lanciato dalla rupe che si affacciava a precipizio sul Tago, senza che vi fosse possibilità alcuna di evitare la tragica morte, a ricordo di quanto accadeva con la rupe Tarpeya romana.

In questo scenario di terrore, l'amore è, ancora una volta, protagonista.

Vediamo come andarono le cose. Il carceriere maggiore o governatore delle prigioni di Toledo, seguace fanatico della religione romana, era padre di una bella ragazza che si chiamava, a seconda delle fonti, Paula od Octavilla, la quale aveva abbracciato in gran segreto la fede cristiana e si era innamorata di un giovane cristiano dal nome Cleonio.

Il 9 dicembre dell'anno 306 Paula stava passeggiando per un cortile delle prigioni, quando incrocia il suo amato, che veniva condotto tra due fila di soldati romani in cima alla rupe Tarpeya, dalla quale, al segnale del fanatico carceriere, sarà scaraventato nel vuoto. Il giovane Cleonio, durante il fugace incontro, riesce a consegnare nelle mani di Paula una piccola croce che aveva nascosto nella bocca. Croce, che dopo aver baciato, la giovane nasconde e custodisce nel seno.

Alla morte di Cleonio, la giovane Paula viene assalita da una immensa tristezza e da un profondo dolore che finiscono per condurla alla morte. Il padre, prima di procedere alla sepoltura, trova tra i suoi indumenti la piccola croce, scoperta che gli fa capire chiaramente il motivo che ha consumato la gioventù della figlia, alla morte del suo amato Cleonio. Il carceriere, secondo una delle versioni della leggenda, in seguito alla morte della figlia si converte al cristianesimo, correndo il rischio di essere lui stesso scaraventato dalla rupe Tarpeya.

Secondo un'altra versione della leggenda, alla morte di Cleonio non si fa allusione alcuna alla profonda tristezza di Paula, ma si narra che il giorno stesso della morte del giovane, in una cella del pretoriano nuore la giovane martire toledana Leocadia, che con le dita incide il segno della croce nelle dure pareti della roccia delle segrete.

Già nel 1953 lo scultore nativo di Palencia decide di costruire la sua casa-bottega presso Roca Tarpeya, dalla quale, a strapiombo sul Tago, si gode di una magnifica e al contempo impressionante vista di una parte delle tenute signorili (in spagnolo, los cigarrales) di Toledo. Alla morte dello scultore, a Toledo viene trasferita l'intera produzione artistica dell'artista spagnolo, assecondando la sua volontà che le sue opere rimanessero per sempre a Toledo nel museo inaugurato nel 1967 a lui dedicato, noto anche con il nome di Roca Tarpeya. Il martirio ha ceduto il passo alla cultura.

La leggenda del bacio

Narra la leggenda…

Correvano gli anni in cui le truppe napoleoniche avevano invaso la città di Toledo (1808-1812). Le strade e molti edifici storici della città erano stati conquistati dalle truppe francesi che, non avendo nessun luogo dove rifugiarsi, avevano trasformato chiese e conventi nei propri alloggi. E fu esattamente nel convento di San Pietro Martire dove un gruppo di soldati fu protagonista di una delle vicende più singolari che non avrebbero dimenticato per il resto dei loro giorni.

Tutto accadde a notte fonda, quando un capitano e il suo reggimento di Dragoni giunsero fragorosamente nella plaza Zocodover. Qui furono ricevuti da uno dei soldati incaricati di “dare il benvenuto” alle truppe appena giunte in città. Dopo i saluti di rito, il giovane capitano fu informato del luogo che era stato assegnato alla sua truppa. Venendo a sapere che si trattava di un convento, il capitano domandò se non vi fosse un ambiente più adatto, accettando alla fine la soluzione del convento di San Pietro Martire, giacché l’Alcázar era al completo e persino nel monastero di San Giovanni dei Re i soldati dormivano ammassati.

Stando così le cose il capitano e il suo reggimento seguirono il proprio connazionale fino al luogo loro destinato. Una volta raggiunta la Chiesa, stanchi del viaggio, i soldati cedettero presto al sonno senza far troppo caso alle statue di marmo bianco che la fioca luce di una piccola lanterna faceva intravedere e le cui ombre si confondevano con l’oscurità. Il giovane capitano, invece, non chiuse occhio tutta la notte, cosa che raccontò il giorno dopo ai suoi amici dopo averli riuniti di mattina ancora una volta in plaza Zocodover. I suoi commilitoni vollero sapere perché fosse rimasto sveglio per tutta la notte e rimasero a bocca aperta venendo a sapere che la causa era stata una presenza femminile. Ma la sorpresa fu ancora più grande, accompagnata da una fragorosa risata, quando nel prosieguo del racconto, il capitano rivelò che si trattava di una statua. La statua di una donna, che a giudicare dalle forme con cui era stata plasmata, doveva essere una delle donne più belle del suo tempo. Il giovane soldato non si stancava di descrivere la bellezza che trasmetteva quella sagoma di marmo bianco, lasciando intuire una certa gelosia per la statua di un cavaliere che accompagnava la donna e che, secondo l’iscrizione del gruppo di statue cui appartenevano, corrispondevano al mausoleo dove riposavano le spoglie del quarto conte di Fuensalida, Pedro López de Ayala, e della consorte Elvira de Castañeda.

Di fronte a un simile racconto, tutti mostrarono grande interesse per conoscere l’“innamorata” del capitano, e senza perdere tempo, quella stessa notte decisero di recarsi a trovarla per godere in prima persona della vista di una figura così sublime. L’incontro, che si trasformò in una festa di benvenuto al reggimento appena giunto in città, si protrasse fino a notte inoltrata. Mentre la maggioranza dei soldati conversava animatamente, sotto l’effetto del vino, il capitano contemplava assorto la bellezza della dama, senza far caso a ciò che lo circondava. Quando i suoi amici se ne resero conto, lo chiamarono, invitandolo a unirsi a loro per un brindisi. Ma dopo aver afferrato un bicchiere, il capitano si diresse verso la statua del conte, ringraziandolo ironicamente per avergli consentito di corteggiare la sua sposa. D’improvviso, cieco dalla rabbia, prese del vino e sputò contro la figura pietrificata di Pedro de Ayala. I suoi compagni, sconcertati dinanzi a un simile comportamento, cercarono di calmarlo, vedendo che era fuori di sé a causa della bellezza di una dama che, in fin dei conti, era di...marmo.

In quei frangenti il capitano aveva occhi solo per Elvira de Castañeda e non riuscendo a resistere al fascino di una donna che ai suoi occhi era di carne e ossa, cercò di avvicinare le sue labbra a quelle fredde della statua. Quello che chiedeva era solo un semplice bacio per placare la sua ansia, tranquillizzare una mente confusa non più in grado di distinguere la realtà e che si era già persa per gli oscuri meandri che non le permettevano di fare ritorno al mondo dei vivi. Quello che voleva era abbracciarla, sentire il suo corpo.

La follia si impadronì di lui al punto tale che nessuno tra i suoi compagni aveva il coraggio di muovere un dito per evitare il fatale esito. Timidamente uno si azzardò a consigliargli di lasciare in pace i defunti. Nonostante il consiglio, l’ufficiale non rinunciò al suo pegno e volle rubare un bacio alla “sua amata”. Ma non ne ebbe la possibilità.

Proprio in quell’istante, il pesante braccio del conte si alzò cadendo dritto sulla testa del capitano, che cadde a terra. Il corpo rovinò e i suoi amici si accorsero perplessi, che il capitano sanguinava copiosamente dalla bocca e dal naso. Nessuno ebbe il coraggio di spostarlo; il giovane capitano era morto.

La leggenda del Cristo delle coltellate

Narra la leggenda…

Erano gli anni del turbolento e sfortunato regno di Enrico IV, chiamato l’Impotente, più per il suo malgoverno e i suoi errori che per la presunta incapacità di procreare eredi al trono. Il regno di Castiglia arde di continuo a causa degli infiniti scontri tra nobili famiglie che si contendono il potere che un re debole e volubile non è capace di gestire. Toledo è teatro dello scontro tra cristiani, nuovi o conversi, e gli Ayala, i dei cristiani storici. Inevitabilmente lo scontro si infiamma, concentrandosi nella zona limitrofa alla Cattedrale, i cui muri finiscono per essere imbrattati dal sangue dei contendenti.

In una casa popolare del quartiere di San Giusto, una dama è in attesa accanto alla persiana della sua camera. Isabella attende nervosamente l’arrivo del promesso sposo Don Diego de Ayala, che trascorrerà quella notte al suo fianco, approfittando di una breve tregua dei combattimenti. Improvvisamente sente rumori e uno strepitio di passi davanti al portone di casa. Ebbra di gioia, corre pensando di trovare ad accoglierla il caldo petto di Don Diego. Invece, aprendo la porta, ad accoglierla trova delle braccia robuste che la afferrano e una ruvida mano che le copre la bocca, spegnendo sul nascere un disperato grido di aiuto.

Ignaro di tali eventi, Don Diego de Ayala attraversa plaza San Justo. Sente il proprio corpo stanco dopo l’incessante lotta degli ultimi giorni, ma la sola idea di poter rivedere la sua amata Isabella gli regala rinnovate energie, un pensiero che lo conforta mentre, giunto a un angolo, si piega sulle ginocchia, facendosi devotamente il segno della croce davanti alla statua del Cristo della Misericordia. Rialzandosi per proseguire il cammino, crede di udire delle grida soffocate. Colto alla sprovvista, fa alcuni passi verso la strada dove abita la sua amata, quando si trova faccia a faccia con un gruppo di incappucciati che girano l’angolo, trascinando dietro di sé una donna imbavagliata, che si dimena per liberarsi dalla stretta.

Indignato e furibondo, Diego sguaina la spada in difesa di quella donzella così ignobilmente maltrattata. Con un deciso colpo dell’impugnatura della spada, sbaraglia uno dei sicari liberando la dama. Ma che sorpresa quando afferrandola per la vita e guardandola negli occhi scopre la vera identità della damigella sequestrata. Isabella, la sua promessa sposa!

Abile spadaccino, Diego affronta un combattimento impari, con quei miserabili troppi numerosi da poter affrontare da solo, che all'incirca in dodici lo costringono a indietreggiare, stringendo a sé il corpo fremente di Isabella. In un tentativo di farsi largo tra i nemici, il cavaliere sferra un agile fendente, riuscendo a ferire un avversario, il quale cadendo, scopre il volto del capo del manipolo di uomini, che si fa volgarmente scudo con i sicari. Don Diego de Ayala, riconosce gli occhi maligni e l’ironico sorriso di Don Lope de Silva, il suo più acerrimo rivale, che in altri tempi era stato a sua volta pretendente di Isabella e da lei respinto. È proprio lui la mente di una simile infamia, di una così vile vendetta. Spossato, Don Diego abbassa la guardia per un istante, quando vede il freddo acciaio lacerare la sua carne.

Ferito e al limite delle forze, appoggia la schiena contro l’angolo della chiesa di San Giusto. Alzando lo sguardo vede sopra la sua testa, la statua del Cristo della Misericordia, illuminato nell’oscurità da un flebile lumino, e mentre sente i gemiti soffocati della sua amata, raccomanda a Dio le sue preghiere.

- Dio mio, non per me, ma per lei. Fai di me ciò che vuoi, Signore, ma salva a lei vita e onore.

E proprio in quel momento supremo, le pareti della chiesa si aprirono in un abbraccio che ingoiò Don Diego e Isabella all’interno del tempio, richiudendosi improvvisamente come se una forza poderosa e spettrale, invisibile ad occhi mortali, fosse intervenuta nell’oscurità della notte. Le pietre chiudendosi lasciarono dietro di sé un muro di silenzio, con i seguaci di Don Lope impietriti come statue di ghiaccio nell’atto di brandire la spada. Ma il momento di stupore durò un solo istante. Ancora attoniti e infuriati, i sicari scaricarono la frustrazione aggredendo a sfregi e coltellate le venerabili e sante pietre. Accecati dall’ira, lasciarono il segno indelebile delle stoccate e così tuonò la voce infuriata di Don Lope de Silva:

- In chiesa, sono lì! Sfondate la porta e uccidete il maledetto Don Diego e vendicate il sangue dei nostri morti!

In fretta e furia, quale rabbia scagliarono contro le porte del tempio, che avrebbero certamente ceduto se un nuovo soprannaturale evento non fosse intervenuto. D’improvviso, senza intervento umano alcuno, cominciarono a rintoccare a martello le campane della chiesa, fendendo il silenzio della notte. In pochi istanti si illuminarono tutte le finestre del quartiere, e in molti uscirono dalle proprie abitazioni allarmati per l’improvviso frastuono. Cosicché al vedere il fiume di persone armate radunarsi nella piazza, Don Lope de Silva e i suoi scagnozzi abbandonarono il proprio obiettivo e se la diedero frettolosamente a gambe levate, sostenuti a fatica dalle gambe tremanti.

Entrate nel tempio, le persone accorse trovarono Isabella con il volto bagnato dalle lacrime, mentre bendava le ferite dell'amato Diego con pezzi di tela strappati dalla sua camicia. Le campane, intanto, continuavano a suonare furiosamente, senza che nessuno le sfiorasse.

A poco servì a Don Lope la frettolosa fuga. Poco tempo dopo, quando ormai la città si era riappacificata e la parte di Don Lope sconfitta, fu catturato e giustiziato per le sue malefatte. Trascorrono due mesi e Don Diego si trova di nuovo all’interno della chiesa, tra le cui mura stava per spegnersi la sua vita.

Inginocchiato davanti all’altare, le sue labbra non smettono di intonare preghiere e orazioni di ringraziamento a chiunque lo abbia salvato in quella tragica notte: il Cristo della Misericordia o, come iniziavano già a chiamarlo i cittadini di Toledo, il Cristo delle coltellate. Accanto a Don Diego, anche Isabella è inginocchiata e prega. La bellezza, la dolcezza e la gentilezza risplendono nel suo immacolato abito da sposa, mentre entrambi attendono il momento in cui le loro vite e i loro destini si sarebbero uniti per sempre.

La leggenda del pozzo amaro

Narra la leggenda…

Si vedevano in gran segreto. Notte dopo notte. Riuscivano a farsi gioco delle guardie che doveva sorvegliarli e impedire i loro incontri. E stavano insieme, con la sola luna complice e testimone dei loro sguardi.

Lui, Ferdinando, era giunto di corsa, dopo essere uscito di casa senza essere visto. Aspettava che sua madre, Doña Leonor, cominciasse a recitare il santo rosario, come era solita fare tutte le sere. I piccoli della nobile casa avevano già iniziato a chiudere le porte delle loro stanze.

Era proprio in quel momento che Ferdinando cominciava di nascosto il suo cammino per raggiungere la casa della giovane Rachele.

Rachele, la bella Rachele. La sua amata Rachele. Figlia di un benestante ebreo, viveva quasi reclusa nel suo palazzo. La severità del padre dettava le regole della casa. Forse al padre ebreo erano giunte all’orecchio alcune voci. Forse aveva ricevuto notizie di un certo giovane cristiano. Don Leví non avrebbe acconsentito in alcun modo ad amori vietati della legge, e ancor meno avrebbe accettato tradimenti in casa sua. Per questo sorvegliava e faceva sorvegliare la figlia ad ogni ora del giorno e della notte.

Al calar della notte, quando tutti dormivano, Rachele aspettava impaziente dietro le inferiate delle sue stanze. A un dato segnale, raggiungeva di corsa i giardini che Ferdinando, ancora una volta, era riuscito a conquistare. E lì, ancora una volta, si dichiaravano a vicenda il proprio amore. Parlavano del futuro ed, emozionati, contemplavano il presente l’uno accanto all’altro. Si ringraziavano a vicenda per tutto questo. E questo bastava loro per sentirsi felici, perché non pensavano a leggi o a persone che avrebbero potuto cancellare quei momenti.

Si udì un rumore provenire dal boschetto del giardino. Un crepitare di foglie secche ruppe il silenzio. Ferdinando e Rachele si guardarono sorpresi. I due giovani rimasero senza parole. Inquieti si guardarono intorno; tutto era tranquillo. Aspettarono alcuni secondi: gli occhi e le orecchie allerta, il cuore palpitante…ma il silenzio della notte li confortò. Non osavano neppure parlare, ma sorrisero e lei sospirò sollevata, mentre chiudeva gli occhi di Ferdinando. Sentì il suo corpo fremere, mentre le mani del suo amato scorrevano tra le sue dita. E vide lentamente cadere il suo corpo ferito.

A Rachele si raggelò il sangue. Ferdinando giaceva a terra. Senza vita. Un pugnale aveva sferrato un colpo fatale. Una delle guardie volute da Don Leví aveva portato a termine il suo compito. Con un colpo preciso, avevano ucciso il giovane cristiano.

Tra le mura della casa di Don Leví era stato salvato l’onore, mantenuta intatta la legge, fatte tacere le malelingue. Rachele provò a svegliarsi. Ma quella visione davanti ai suoi occhi non era un sogno. Quello che stava guardando era l’immagine di un indicibile orrore.

Una profonda amarezza si impossessò di lei; invase il suo corpo come un veleno. E nel suo cuore si fece notte. Seduta accanto alla bocca del pozzo del giardino, Rachele trascorreva lunghe giornate in completa solitudine. Lacrime di fiele le accarezzavano il volto. Sgorgavano incessanti dall’anima riversandosi, amare e copiose, nelle acque del pozzo che a sua volta si impregnò di amarezza.

Rachele, la sconsolata Rachele, cercava una sola cosa: piangere in eterno. Con gli occhi velati dalle lacrime, intravide una luce sul fondo del pozzo. Era la luce riflessa della luna. Smise di piangere e si asciugò le lacrime. Affacciata alla bocca del pozzo, pensò di vedere l’immagine di Ferdinando. Cercò di pulirsi gli occhi. Ferdinando le stava sorridendo e allungando le sue mani le stava chiedendo di afferrare le sue. Rachele non esitò un solo istante. Si precipitò per unirsi in un abbraccio con il suo amato. Il suo pianto non sarebbe stato più eterno. Eterno sarebbe stato il suo abbraccio.

Leggenda della marionetta

Narra la leggenda…

Quel mattino di autunno, piagato dalle foglie di olmi e castani, il dottor Rui López de Dávalos (il nonno del quale sarà regidor di Toledo) e il damaschinatore Bernardino Moreno de Vargas commentavano le notizie sulla festa di Esquivias, quando videro a una distanza inferiore ai trenta piedi l'orologiaio dell'imperatore Carlo V, da tutti conosciuto con il nome di Juanelo Turriano (la fonte battesimale di Cremona, città dove venne al mondo all'inizio del secolo, reca il nome di Giovanni Torriano), che si avvicinava alla piazzetta dove i due si trovavano, che stavano scaldandosi sotto i raggi di quella benedetta mattina. Ma cò che li colpì non fu tanto il fatto di vedere l'ingegnere e matematico italiano passeggiare da quelle parti, visto che Juanelo aveva l’abitudine di passeggiare di mattina in compagnia del suo aiutante, Jorge de Diana, accolto e salutato con reverenza da membri della curia e artigiani, laureati e mercati, cortigiani e dalla gente comune; nessuno si scordava che Giovanni e la sua invenzione avevano placato la sete della città di Toledo, scoscesa e cinta da mura. Nessuno.

Lo sguardo perplesso del laureato e del damaschinatore di quella mattina del millecinquecentosessanta e qualcosa si concentrarono nello sconosciuto accompagnatore, che non era l'aiutante Jorge, che camminava accanto a Giovanni con passo dinocolato, come se il vino del Toboso si fosse fatto strada in seguito alla sua precoce e audace ingestione.

Quando il respiro di Juanelo e del suo enigmatico compagno raggiunse Rui e Bernardino, questi furono incapaci di pronunciar verbo e salutare l’orologiaio del re, come era loro abitudine. Rimasero pietrificati, stregati da un non so quale incantesimo, come se avessero visto gli stessi cavalieri del diavolo a cavallo di dragoni alati. Ma non furono gli unici toledani a rimanere a bocca aperta, ma anche il resto della gente che in quel momento si trovava in quel luogo, stentava a credere a ciò che i loro occhi vedevano quella mattina di inizio novembre. Alcuni iniziarono a invocare, ginocchia a terra, i santi più devoti, rivolgendosi al Santissimo perché li proteggesse da qualunque cosa potesse loro accadere.

Torriano, ignaro dello stato d’animo altrui, proseguì la sua passeggiata lungo la stretta strada che conduceva fino al palazzo episcopale, prendendo di tanto in tanto a braccetto il suo accompagnatore perché non finisse improvvisamente per terra. Il personaggio così enigmatico che aveva provocato più il terrore che la vera ammirazione della gente, altro non era che una marionetta di legno che, a detta dei presenti, si muoveva con un garbo e una destrezza che non aveva nulla da invidiare agli uccelli del malaugurio che dal ponte di San Martino a plaza Zocodover tutte le mattine accarezzavano l’acqua che raffreddava le valvole di conciatori, vasai e artigiani dell’argento, che strillando a squarciagola vendevano al mercato le proprie produzioni artigiane. Il giorno seguente, Giovanni Torriano ripeté la stessa passeggiata in compagnia del suo amico di legno, e benché la sorpresa fu la medesima del giorno prima, i timori della maggior parte dei presenti cedettero il passo, ancora una volta, a un sentimento di ammirazione nei confronti dell’ingegnere a cui li aveva abituati l’orologiaio italiano di Carlo V. Quel giorno il manufatto di Torriano, aveva un’andatura, se possibile, più simile a quella imperiale, diventata di gran moda a Toledo, dopo che si era affermata l’iconografia dei palazzi reali di Siviglia, in cui Carlo V e l’amore della sua vita, Isabella del Portogallo, si erano uniti in matrimonio con rito religioso in una lontana mattina dell'11 marzo 1526 ricordata con profonda nostalgia.

Fu una mattina davvero storica, di riconoscimento generale, visto che nel frattempo la voce si era sparsa tanto e più della polvere che l’Imperatore usava per mettere ordine ai suoi possedimenti europei. Centinaia di toledani si alzarono alle prime luci del giorno per vedere di persona la nuova invenzione di Giovanni Torriano e assiepati lungo le strade in file interminabili, come se dovessero assistere alla processione del Corpus Domini, attesero pazientemente che l’orologiaio uscisse di casa per incamminarsi verso il palazzo episcopale. Persino alcuni rappresentanti del Santo Uffizio vollero partecipare di persona allo spettacolo, per accertarsi se eventualmente le lusinghe luterane o eretiche avesse fatto breccia in quello che fino ad allora era stato un esempio di fede cattolica-apostolica come Giovanni Torriano.

L’orologiaio lasciò la sua abitazione alla stessa ora in cui era solito farlo ogni mattina, ma per la sorpresa generale, quel giorno Giovanni era accompagnato dal suo aiutante Jorge de Diana e non da chi che aveva causato tanto trambusto, richiamando centinaia di toledani ad assiepare la strada che avrebbeverosimilmente percorso la marionetta. Tra la gente si levò una voce, che domandò a Torriano: “Signore, dove avete lasciato il vostro celebre uomo di legno, di cui tutta Toledo parla e che ci ha fatto venire fino a qui oggi?”. Giovanni, che indossava una mantella di stoffa di Segovia per proteggersi dalle prime gelate, che lasciavano immaginare un duro inverno nella Città imperiale, si rivolse al gruppo di persone da cui proveniva la voce, e con voce calcolata dall’inconfondibile accento italiano, rispose: “Potete stare tranquilli. Quello che voi chiamate marionetta, che per me è solo un gioco e un passatempo, uscirà dalla mia casa non appena il sole scioglierà il gelo di questa piazzetta”. Detto questo Giovanni e il suo aiutante si diressero verso il ponte di Alcántara per ispezionare l’invenzione dell’ingegnere e accertarsi che la grande e complessa ruota funzionasse alla perfezione, garantendo che la quantità d’acqua disponibile per l’Alcázar fosse regolare e costante. Tutti rimasero lì, nei pressi della casa di Giovanni, senza che nessuno osasse abbandonare un posto così privilegiato che gli avrebbe permesso di vedere con i propri occhi la figura animata.

La padrona di casa aprì il portone, aiutando la marionetta a mettersi in cammino, avvicinandolo con delicatezza al centro della strada. Immediatamente, la marionetta spinse il piede destro in avanti e cominciò a camminare, e dopo molti ossequi e inchini giunse fino al palazzo arcivescovile, dove prese la razione di pane, carne e sale che spettava a Giovanni Torriano in qualità di allestitore della Cattedrale su nomina del Cardinale Tavera, all’epoca prelato di questa diocesi. Una volta deposte le vivande in una piccola borsa che teneva sulla spalla a mo’ di zaino, che gli arrivava a metà della schiena, la marionetta fece mezzo giro su se stesso e ripercorse il cammino dell’andata, ritornando nella casa dove la padrona di casa impaziente lo stava aspettando. La passeggiata della marionetta incantò a tal punto i toledani che a partire da quel momento rafforzarono la loro convinzione di avere come vicino il più insigne e saggio tra gli scienziati dell’epoca.

Fu da allora che la popolarità dell’ingegnere italiano valicò le frontiere per attribuirgli nuove e prodigiose invenzioni progettate nei suoi anni milanesi, che secondo le indiscrezioni messe in giro dalla gente comune, aveva annotato con grande zelo fino alla sua morte l’imperatore Carlo V per il proprio svago personale nel suo ritiro di Yuste, dove Giovanni visse in condizioni di semi-reclusione nella località di Cuacos insieme ad altri insigni inventori, astrologi e scienziati. Si diceva che avesse costruito uccelli che sapevano sbattere le ali e cantare con una naturalezza tale che dovevano legarli perché non volassero via. Altri assicuravano di aver visto diverse statuette di figure maschili a cavallo, che suonavano la tromba e il tamburo. Persino il suo amico fidato e cronista Ambrosio de Morales descrisse il modello che Giovanni fece di una “dama alta più di una terza, che appoggiata sul tavolo danza da sola al suon di un tamburo, che lei stessa suona, girando su se stessa fino a tornare al punto di partenza”.

E così, la marionetta divenne l’attrazione preferita dei toledani, che venivano persino dai borghi vicini e dalla vicina Madrid per vedere con i propri occhi e che puntualmente a volte in compagnia del suo creatore, a volte in solitudine, tutte le mattine copriva la distanza che divideva la dimora dell’ingegnere italiano al palazzo della curia, dove i prelati avevano eletto la marionetta tra i divertimenti preferiti. “Gli difetta solo la parola” commentava Saturnino Bellido santero arcivescovile, che era il primo a ricevere la figura animata, prima che questa infilasse nel suo sacco bruno le vivande destinate al suo padrone e creatore. La popolarità della marionetta arrivò al punto che i toledani decisero di ribattezzare lo stretto tratto di strada che la statua animata aveva più difficoltà ad attraversare, appena prima della piazza in cui sorgeva il palazzo arcivescovile, con il nome di calle del Hombre de Palo, che in italiano significa strada della marionetta.

Fu così che la marionetta lasciò una traccia immortale nella storia millenaria di Toledo, e ancora oggi in questa città esiste la strada a lui dedicata, lungo la quale la marionetta, alta due verghe e relativi arti, portava a passeggio la sua grazia, a volte indossando un vestito corto, altre volte picaresco, ma sempre esibendo una garbata cortesia che conquistò i toledani pochi anni prima che questa città perse il suo ruolo di capitale del regno. Tale era la devozione sentita da questi uomini, tale l’affetto che provavano nei confronti di quella marionetta, che i più piccoli vollero donare alla statua una vita propria, trattandola come un concittadino di questa città fortificata, battezzandola con il nome di Don Antonio, senza tuttavia aggiungere alcun cognome, per evitare che Giovanni Torriano e la sua storia ancestrale, che non aveva un albero genealogico blasonato, si sentisse offeso per la presenza di una marionetta di nome Don Antonio Torriano, nome che gli sarebbe spettato in quanto creatura nata dalle mani e dall’ingegno dell’orologiaio di Carlo V.

La leggenda del Cristo del teschio

Narra la leggenda…

Il 16 e il 17 luglio 1862 sul quotidiano El contemporáneo fu pubblicata una leggenda dal titolo Il Cristo del teschio (in spagnolo, “El Cristo de la Calavera”), firmata da Gustavo Adolfo Bécquer, di chiara ambientazione toledana, come sarebbero state altre leggende dell'autore. Il poeta romantico conosceva molto bene la città di Toledo e la sua storia, come segnala B. Vidal Revuelta.

Già nello stradario del 1778 si fa riferimento all’esistenza di una piccola piazzetta della “croce del teschio”, vicino a plaza del Seco e alla cuesta de San Justo. Il nome deriva dalla presenza di una figura molto probabilmente di ispirazione barocca di Cristo con un teschio ai piedi della croce, all’epoca illuminata da una piccola lampada ad olio.

Questa statua, secondo J. Porres, probabilmente fu tolta dal comune in occasione della prima guerra carlista, nel 1830, per evitare che subisse danni irreparabili con il passare del tempo, circostanza che fu all’origine della sua successiva scomparsa. Da parte sua Juan Moraleda y Esteban identifica la posizione della statua nella plaza de la Cabeza o di Abdón de Paz, anche se nell’anno in cui scrive i suoi “Cristi...”, 1916, era già stata “rimossa”. L’aspetto più interessante del breve testo dell’autore spagnolo Moraleda risiede nella precisazione che si trattava di una scultura “di scarso valore artistico” e che fu un “episodio amoroso descritto straordinariamente da Gustavo Adolfo Bécquer a darle notorietà”. È indubbio che nel corso del XIX secolo fini per sparire la croce che probabilmente lo stesso Gustavo Adolfo Bécquer ebbe la possibilità di ammirare durante gli anni della sua permanenza a Toledo. E d’altra parte la stessa toponomastica toledana conferma la sua esistenza. Nel repertotio catastale del 1864 è presente una cuesta de la Calavera, benché secondo J. Porres Martín-Cleto corrispondeva allo spazio che oggi viene indicato con il nome di cuesta del Pez. La croce del Cristo del teschio si trovava nella strada omonima, superato callejón del Toro in direzione della cuesta de San Justo.

Dalla maestria e dalla fantasia del poeta spagnolo Gustavo Adolfo Bécquer nacque una leggenda ispirata alla contemplazione di quel crocifisso, ai nomi tradizionali, alla conoscenza della storia della città di Toledo nonché al fascino che i romantici sentivano profondamente per la storia medievale.? Al talento del poeta più che alla tradizione si dovrebbe forse ascrivere l’origine di pari lignaggio.

In mancanza di precisi riferimenti cronologici, gli eventi narrati nella leggenda potrebbero situarsi verso il 1212, poco prima della battaglia di Navas de Tolosa, o piuttosto nel 1340, ovvero nei giorni che precedettero la battaglia di Salado. Almeno questa l’opinione di F. Vidal Revuelta. Narra il poeta spagnolo che il re castigliano aveva organizzato una campagna contro i mussulmani. Il giorno prima della partenza dell’esercito fu organizzata una festa di commiato nelle dipendenze del castello reale a cui partecipò anche Doña Inés de Tordesillas, la donna più bella di Toledo, il cui amore era conteso, a dispetto di un carattere altezzoso e superbo, da Alonso de Carillo e Lope de Sandoval, entrambi nobili di pari origini lignaggio.

I due cavalieri approfittarono dalla presenza di Doña Inés in una delle stanze per cominciare una “elegante disfida a suon di frasi d’amore” via via sempre più tesa. Per evitare che la situazione degenerasse in un vero scontro, la dama decise di abbandonare la sala in cui si trovava; tuttavia nel momento in cui si alzò le cadde uno dei suoi guanti che fu raccolto da entrambi i giovani. Nessuno dei due pretendenti intendeva lasciarlo e mentre sempre più gente si accalcava per assistere alla disputa, arrivò il re in persona che afferrò la presa dalla mano dei due cavalieri per porgere il guanto alla giovane, non senza prima averla avvertita di prestare più attenzione la prossima volta. D’altra parte i due giovani innamorati non erano disposti a dimenticare così facilmente l’episodio.

Terminati i festeggiamenti era ormai trascorsa la mezzanotte, Alonso Carillo e Lope de Sandoval si diedero appuntamento per porre fine alla contesa per aveva interrotto. Questa volta però senza pubblico, senza l’amata contesa e con armi ben diverse. Cercarono un luogo isolato e illuminato per dare inizio al duello. Dopo aver percorso diverse strade videro la luce di una lanterna accanto a una croce, con l’immagine di Cristo con un teschio ai piedi della croce. Con l’aiuto della fioca luce che emanava dalla piccola lanterna iniziarono il duello, ma non appena le spade si incrociarono improvvisamente la fiamma si spense. Interrotto il combattimento, la luce improvvisamente si riaccese. Per tre volte accadde la stessa cosa. I due nobili terrorizzati sentirono una voce misteriosa e capirono che Dio non intendeva permettere il duello. Si abbracciarono come i buoni amici che erano sempre stati.

Di comune accordo e vedendo che stava già spuntando l’alba decisero di recarsi da Doña Inés, perché fosse lei a scegliere chi tra i due dovesse riempire il suo cuore. Fu per questo enorme la sorpresa quando dal balcone della dama videro scendere un terzo cavaliere, il suo amante. I due giovani scoppiarono a ridere di gusto, rendendosi conto di quanto erano andati vicini alla disgrazia e alla morte per un amore non corrisposto. Quella stessa mattina i due amici sfilarono uno accanto all’altro insieme alle truppe che accompagnavano il re alla vittoria. Inés e Tordesillas guardandoli in faccia capii che avevano scoperto il suo segreto.

 

La leggenda del ruscello della decapitata

Narra la leggenda…

Stanno ancora festeggiando i cristiani di Toledo l’ingresso trionfale in città di Alfonso VI, con le sue strette strade sorvegliate da pattuglie di fanti e soldati castigliani a cavallo decisi a evitare disordini, quando il giovane ardito capitano del regno di León Rodrigo de Lara vide affacciata a una bifora una bellissima mora che guardava con sguardo rapito la sua svelta figura e l’energia del suo cavallo, senza coprirsi il volto. Letteralmente stregato dal sorriso dolce e ambiguo e dal limpido sguardo dei suoi profondi occhi neri, Rodrigo passò ancora due volte davanti a quella casa seguito dalla scorta; da quel momento non passò giorno in cui non passò da quel vicolo nella speranza di vedere la giovane mora dietro una bassa persiana.

Zulema o Zahira (così l’ha chiamata chi ha sognato il suo nome o si è abbeverato delle cronache antiche) era la figlia di un facoltoso musulmano, impegnato affannosamente a cercarle un ricco marito. La ragazza viveva sotto la sua severa autorità e poco o nulla sapeva dell’allegria e della vita delle strade o degli aromi delle rose e dei gelsomini che i profumieri vendevano al mercato; eppure la provvidenza aveva deciso di metterle al servizio una schiava convertita al cristianesimo che le parlava di Gesù Cristo e della vita di Santa Casilda, e che aveva fatto nascere in lei un forte desiderio di essere battezzata e ricevere il nome della principessa della sua tribù che aveva abbracciato la religione del Nazzareno.

La fedele serva, che conosceva i desideri del suo giovane animo, diventò complice del cavaliere di León e la finestra inferriata di Zulema fu testimone delle sue frequenti e segrete visite e della nascita di una storia d’amore piena di sogni e speranze.

Zulema rivelò al suo innamorato il suo intimo desiderio di diventare cristiana, di prendere il nome di Casilda e di trovare un uomo capace di starle al fianco e difenderla dalla vendetta di cui sarebbe stata vittima per aver ripudiato la sua fede. Rodrigo le giurò che avrebbe difeso il suo onore e che l’avrebbe sposata, e con l’aiuto della schiava i due prepararono la fuga. Il padre di Zulema non c’era. Aspettarono l’arrivo della notte, la luna non c’era nel cielo, le strade erano deserte e non si vedeva nessuno alla terrazza. Era il momento ideale. Rodrigo rimase in attesa dietro l’angolo vicino alla casa. Coperto dal suo mantello, fece salire l’amata in groppa al suo destriero e i due partirono al galoppo, ansiosi di giungere alla cappella di un vicino castello, dove era ad attenderli un sacerdote che avrebbe battezzato la giovane e celebrato il matrimonio tra i due. Ma giunti al torrione della testa del ponte di Alcántara le sentinelle li fermarono. Il coraggioso cavaliere di León si presentò loro come il capitano delle truppe mercenarie; le porte si aprirono dinanzi a loro, che poterono finalmente proseguire il viaggio lungo la strada romana che li avrebbe condotti fino alla bramata meta.

Stava già spuntando l’alba e i due continuavano a cavalcare fiduciosi, riconoscendo in lontananza la sagoma della moschea maggiore e le torri dell’Alcázar, quando gli vennero incontro due cavalieri saraceni che si aggiravano da quelle parti. Vedendo in groppa al cavallo di un cristiano una giovane abbigliata secondo le usanze mussulmane, con il capo coperto da un velo di fine seta, e i piedi e le mani decorati, pensarono che fosse stata rapita e per questo insultarono il giovane. L’intrepido cavaliere non sopportò l’affronto e conficcò lo sperone nel fianco di uno dei suoi cavalli, lanciandosi in una furiosa corsa inseguito dagli aggressori. Giunti all’inizio del pendio nei pressi del ruscello piegarono verso gli scogli ma nel tentativo di attraversare il ruscello i due caddero a terra. I mori li raggiunsero e nella confusione del combattimento, uno di questi con la sua scimitarra sferrò un colpo mortale che colpì l’esile collo di Zulema.

La leggenda racconta che il capitano innamorato non si spaventò vedendo la sua amata ferita: prese la sua lancia, uccise l’assassino a costrinse alla fuga il suo compare. Vedendo che Zulema aveva ancora un soffio di vita, si tolse l’elmo e la battezzò con l’acqua del ruscello, imponendole il nome di Casilda, come la giovane aveva chiesto. Quindi prese in braccio il corpo e lo appoggiò sul suo destriero e continuò la sua corsa...Giunto davanti alla torre di Ferro, che si ergeva vicino al pontile della Vergine della Valle, chiese aiuto alle guardie, attraversò il Tago con la barca che lì si trovava e proseguì la lunga e triste corsa per portare la sua amata fino alla chiesa mozarabica di San Luca, per poterle dare cristiana sepoltura.

Pochi giorni dopo, prendeva gli abiti di novizio nel monastero cluniacense di San Servando un giovane e valoroso cavaliere di nome Rodrigo de Lara, che non desiderava vivere in questo mondo senza poter avere al suo fianco la donzella di sangue mussulmano che un giorno gli aveva sorriso dalla persiana di una casa mora; e si racconta che il priore gli concesse una licenza speciale per potersi recare ogni pomeriggio al ruscello dove aveva chiuso gli occhi per sempre la mora-cristiana che aveva voluto essere battezzata con il nome di Santa Casilda.

Gelosi delle proprie leggende e tradizioni, i toledani non dimenticarono questa bella storia d’amore e da tempi immemori chiamano “ruscello della decapitata” (in spagnolo arroyo de la Degollada) il rigagnolo d’acqua che dalla sommità dei monti Legua e Sisla scorre verso il Tago.

Leggenda della rosa della passione

Narra la leggenda…

Di Sara, ebrea toledana, si narra che fosse bellissima. La sua età, sedici anni, la sua straordinaria bellezza e la mancanza della madre che aveva perso, facevano che suo padre accentuasse la sua vigilanza e l’attenzione nei suoi confronti.

Il padre si chiamava Daniel.? Lavorava come artigiano incastonatore di pietre preziose, aggiustatore di guarnizioni rotte, assemblatore di catene e, talvolta, riparatore di spagnolette, picchiotti e un’infinità di utensili, e in virtù del suo mestiere godeva dei favori dei suoi compaesani e di venditori ambulanti, che conoscevano la sua straordinaria abilità. Figura influente nella comunità ebraica locale, era molto rispettato e godeva di grande considerazione; non così, invece, tra i suoi vicini cristiani, che invece lo consideravano avaro e maldisposto, per quanto fossero a conoscenza delle sue ricchezze e testimoni del suo carattere docile e cerimonioso.

Le versioni tradizionali di questa leggenda rimandano al Duecento o al Trecento. La leggenda è ambientata intorno alla casa di Daniel e Sara nel quartiere ebraico minore (in spagnolo, Judería Menor) di Toledo, un quartiere in qualche misura eterogeneo, vista anche la presenza della chiesa di San Giusta, dei suoi parrocchiani, nonché di franchi e mudéjar. La bottega artigiana e l’abitazione al piano di sopra comunicavano tra di loro attraverso una stretta scala a chiocciola. Daniel lavorava al buio sotto la casa, il cui interno era a malapena colto dai passanti, nonostante la botola aperta durante le ore di luce.

La fanciulla viveva praticamente reclusa. Le era permesso uscire solamente in casi del tutto eccezionali, se bisognava fare compere, e comunque a condizione che non si allontanasse troppo, perché, tra le altre cose, c’erano a portata di mano numerose baracche dove poteva acquistare i suoi articoli preferiti, quali nastri, merletti, spille, pettini e diverse spezie; altre volte, invece, si assentava per fare delle commissioni per il padre.

In occasione di queste attività, Sara conobbe un giovane cristiano, gentile, onorato e di nobili intenzioni. I due giovani finirono per innamorarsi profondamente durante i loro agognati e rari incontri. Il giovane cominciò ad aggirarsi nei pressi della casa della giovane, la quale reclusa nell’abituale isolamento, si metteva d’accordo con lui per il successivo appuntamento da piccoli pertugi della discreta finestra.

Gli ebrei che aspiravano a maritarsi con Sara informarono il padre della ragazza dei segreti incontri che questa aveva con il cristiano. In un primo momento l’artigiano era restio a dar credito a tali voci, ma le insistenti indiscrezioni che giunsero alle sue orecchie, e la vista diretta di una persona indesiderata che frequentava il suo marciapiede alzando lo sguardo alla finestra della casa, lo convinse della certezza delle voci che giungevano alle sue orecchie.

Profondamente irritato, decise di impedire una così disonorevole pretesa dell’ostinato viandante. Erano anni quelli caratterizzati da una estrema intolleranza tra religioni. L’ebreo radunò i suoi correligionari e organizzò in segreto la criminale spedizione contro lo sfacciato innamorato.

Da alcuni indizi, Sara ebbe il sospetto del complotto ordito contro il suo innamorato. In fretta e furia corse per scongiurare la malvagia intenzione, e angosciata seguì i malvagi vendicatori. Si avvalse dell’aiuto dello stesso barcaiolo che li aveva scortati al di là del fiume, dal quale ottenne informazioni da parole carpite al volo dagli uomini che aveva accompagnato. Proseguendo il cammino dalla parte opposta a quella da cui era giunta, riuscì a raggiungere il suo pretendente per tempo, il quale, ingannato con un trucco, stava dirigendosi ignaro all’appuntamento con il suo martirio, da cui sfuggì solo grazie al coraggio della sua giovane innamorata.

Sara continuò il suo cammino verso il luogo prescelto per redarguire il padre per la sua condotta indegna e immorale. Il vecchio Daniel – già da diverso tempo aveva un aspetto anziano – vide inaspettatamente colei che immediatamente si rivolse a lui con tono duro e minaccioso. Fuori di sé, replicò con non minore impeto. Ma lei vituperò apertamente il padre e la fede dei presenti, confessando che aveva abbracciato quella cristiana.

Dopo altre imprecazioni e suppliche affinché la convertita ritrattasse le sue parole, e dopo che la ragazza rigettò tali richieste, il genitore le revocò il nome di figlia e l’affidò nelle mani dei suoi amici, perché su di lei consumassero il sacrificio che avevano inutilmente preparato per il fidanzato cristiano. Cieco d’ira, l’ebreo Daniel prese e tirò per i capelli sua figlia Sara per offrirla in olocausto.

L’irriducibile artigiano era accecato dall'ira ormai invasato, si compiacque della sua scelta di abbandonare la figlia Sara al suo destino e chiese ai carnefici devoti al Talmud che facessero di lei ciò che secoli prima i loro progenitori avevano fatto con Gesù Nazzareno. Fu crocifissa con una corona di spine sulla testa, e per maggiore crudeltà, bruciata ancora agonizzante con un falò acceso ai suoi piedi.

Anni dopo, un pastore trovò nel punto del sacrificio un raro fiore, nei cui petali erano incisi i segni lasciati sul corpo di Gesù Cristo. Il fiore, una rosa rara, fu mostrata all’arcivescovo reggente dell’arcidiocesi di Toledo, il quale ordinò che si scavasse nel punto dove era stata colta la rosa, per scoprire il mistero di quel fiore. Scavando in profondità furono trovati dei resti umani, appartenenti indubbiamente alla defunta Sara.

Le ossa della giovane ebrea conversa furono trasportati al santuario di San Pietro Verde, oggi scomparso, dove fu data nuova e santa sepoltura al corpo di Sara.

Da allora al fiore fu dato il nome di “rosa della passione”, come a tutti quelli della sua specie.

La leggenda del Cristo della piana

Narra la leggenda…

La leggenda del Cristo della piana è di certo una delle più note, diffuse e lette, non solo a livello locale, grazie all'arte dell’insigne scrittore José Zorrilla, che con grande maestria raccontò in versi questa singolare storia d'amore dal titolo:

A buon giudice miglior testimone (in spagnolo, A buen juez mejor testigo)

Toledo era la città dei sogni di Inés de Vargas e Diego Martínez, due giovani amanti che cercavano la complicità della notte per poter condividere pochi momenti di passione. Ogni notte il giovane usciva di casa, percorreva strette scorciatoie e irte viuzze, fino a giungere in un luogo in cui si poteva scorgere la luce di una candela proveniente dalla camera di Inés che impaziente lo aspettava; prima che i primi raggi di luce illuminassero le vecchie ville di campagna, Diego aveva già abbandonato il letto dell’amata. Così notte dopo notte, fino a quando uno sfortunato evento impedì che le visite del giovane proseguissero.

Un giorno, dopo essersi congedato da Inés, il giovane stava per cominciare il suo viaggio di ritorno, come al solito, lasciandosi scivolare dal balcone; ma non appena i piedi toccarono terra, notò tra le ombre la sagoma di un uomo che riconobbe alzando lo sguardo: si trovava di fronte a Don Iván de Vargas, padre di Inés. Sconcertato, cominciò a correre senza ascoltare le ingiurie del cavaliere che, furioso, invitò a Inés a suggerire al suo amico che la sposasse o non lo avrebbe abbracciato mai più. Così la giovane riferì tutto ciò a Diego, il quale di fronte a tali parole reagì immediatamente, dicendo che da lì a poco sarebbe partito per la guerra nelle Fiandre, ma che al suo ritorno in un anno ne avrebbe fatto la sua sposa. Inés chiese a Diego di rendere la sua promessa sacra, pregandolo di giurare quanto aveva appena detto davanti al Cristo della piana; Diego rispose che era sufficiente la sua parola, ma se proprio insisteva, avrebbe fatto la sua volontà. Insieme si incamminarono verso la basilica di Santa Leocadia, situata nel cuore della piana di Toledo: superarono la soglia e circondati da giganteschi cipressi avanzarono verso la cappella al cui interno si trovava la statua del Cristo davanti alla quale doveva pronunciare la sua solenne promessa. Si avvicinarono a Lui e dopo aver preso dolcemente le mani di Diego fino a che queste non toccarono i piedi del crocifisso, Inés gli rivolse la domanda:

-Diego, giuri di prendermi in sposa al tuo ritorno?

Rispose il giovane:

-Sì, lo giuro!

E così i due giovani, mano nella mano e con il volto pieno di gioia, uscirono dal tempio, augurandosi a vicenda un avvenire felice e promettente.

Ma in quel momento il destino non avrebbe sorriso ai due giovani e quella che doveva essere solo una breve attesa, inaspettatamente si prolungò: il tempo passava, i soldati facevano ritorno dalla guerra ma Diego ancora non tornava.

Tre lunghi anni di attesa interminabile avevano lasciato una traccia sul bel volto di Inés, la cui anima non si intendeva né di guerra, né di distanze.

Ogni pomeriggio, dopo essersi recata presso la cappella del Cristo, si dirigeva sul punto più alto del belvedere, da cui si poteva vedere tutto ciò che entrava in città, attraverso la porta del Cambrón o quella di Bisagra. Ma la scena che si presentava ai suoi occhi era sempre la stessa: contadini che lavoravano negli orti della piana, pescatori che lanciavano l’amo nelle acque del Tago...ma del suo amore niente.

Un bel giorno, che non sembrava lasciar presagire nulla di buono, il lontano strepitio di un cavallo al galoppo e una densa nuvola di polvere, la fecero sobbalzare e alzando la testa poté distinguere le sembianze del suo agognato e amato Diego. Pian piano il gruppo a cavallo andava avvicinandosi, quando Inés si mise a corrergli incontro, vedendo con i propri occhi che il cavaliere alla testa di sette lancieri e dieci fanti era proprio Diego Martínez: - Diego, sei tu!

Furono queste le parole che uscirono dalla sua bocca. Egli, quasi senza scomporsi, finse di non conoscerla e davanti allo stupore generale proseguì il suo cammino.

Inés lanciò al cielo un urlo straziante e cadde a terra. Perché? C’era forse una risposta per un comportamento così irrazionale: da soldato semplice il ragazzo aveva conquistato i galloni di capitano e al suo ritorno fu nominato cavaliere dal capitano.

Con una nuova posizione sociale, non voleva che nessuno gli ricordasse della sua umile vita precedente. Ma la ragazza non si diede per vinta e diverse volte corse a cercarlo, ricordandogli il giuramento che aveva fatto con minacce o preghiere, ma lui, lungi dal provare pietà, finì per disprezzarla.

Disperata e vedendo che nulla sortivano le sue azioni, si decise a esporre il caso davanti all’allora governatore di Toledo, Don Pedro Ruiz de Alarcón, il quale dopo aver ascoltato le due parti chiese se alla vicenda avessero assistito dei testimoni. Di fronte alla risposta negativa di entrambi, il governatore fece accomodare il capitano, allorquando in un ultimo e disperato tentativo la giovane imploró

-Chiamatelo!

-C’è un testimone cui mai difetta verità o ragione.

- Chi?

-Un uomo che ascolta da lontano le nostre parole, guardandoci dall’alto.

-Si trovava forse su un balcone?

-No, ma in un martirio dove da tempo spirò.

-Quindi è morto?

-No, è vivo invece.

-Siete matta. Dio mio,
Di chi state parlando?

-Del Cristo della piana davanti al quale pronunciò il giuramento.

Un silenzio tombale inondò la sala e dopo alcuni istanti di confusione, giudici e governatore dichiararono che non vi potesse essere migliore testimone. Tutti insieme si recarono al tempio: in testa Don Pedro de Alarcón, seguito da Iván de Vargas, sua figlia Inés, scrivani, giudici, guardie, monaci, cavalieri, ragazzi e bambini.

Quando giunse il corteo, nella piana stava già aspettando, insieme a un manipolo di curiosi, Diego Martínez ostentando l’impugnatura della spada, il cappello con quattro nastri d’argento e speroni d’oro. Fecero il loro ingresso nel chiostro e dopo aver acceso i ceri, recitarono una preghiera dinanzi alla statua del Cristo, la cui croce era appoggiata a terra con i due giovani che si misero uno da una parte e uno dall’altra e alle loro spalle il governatore, con i giudici e le guardie.

Il notaio si avvicinò alla statua, lesse per due volte il capo d’accusa e rivolgendosi al crocifisso, ad alta voce pronunciò le seguenti parole:

-Gesù, Figlio di Maria,
dinanzi a noi questa mattina
chiamato come testimone
su richiesta di Inés de Vargas.
Confermate che un dì
ai vostri piedi divini
giurò a Inés Diego Martínez
di farne la sua sposa?

Il Cristo abbassò la mano destra, poggiandola sugli atti, ed esclamò:

-Sì, lo giuro!

I presenti rimasero a bocca aperta vedendo la statua con la mano liberata dai ferri della croce e le labbra semiaperte.

È ancora oggi in quella posizione la statua del Cristo della piana, custodito nell’omino eremo, antica basilica di origini visigote di Santa Leocadia, in cui furono celebrati numerosi concili e dove furono sepolti, oltre a Santa Leocadia, San Giuliano, San Eugenio, San Ildefonso, San Eulalio, numerosi prelati e sovrani visigoti.

Leyenda de la Piedra o Peña del Rey Moro

Dice la tradición toledana que en las noches de luna clara y luminosa, se vislumbra una sombra flotando sobre ella y sus alrededores. Es el espíritu del príncipe Abul-Walid que sale de su tumba para contemplar las siluetas de las viviendas, jardines miradores donde cada noche paseaba con su amada reflejados en el resplandor lunar.

Corría el año 1083 y reinaba en Toledo Yahia Alkadir, nieto de Al Mamun. Alfonso VI cercaba la ciudad, arrasando las campiñas obligando a que el hambre hiciera rendirse a los musulmanes. Yahia recurrió a la amistad que le unía a Alfonso con su abuelo Al-Mamun ofreciéndole tributos, pero nada de ello hizo ablandar el corazón de Alfonso, que estaba ansioso por recuperar la ciudad que tanto bienestar le había ofrecido.

Yahia viendo que la ciudad en poco sería tomada y él no podría hacer nada, intento que los Taifas de Badajoz y Zaragoza le ayudaran pero estos esfuerzos no dieron frutos ya que el rey de Zaragoza murió antes de llevar a cabo su proyecto de ayuda y el de Badajoz murió tras ser derrotado por las tropas de Alfonso VI. Su única solución fue enviar mensajeros al otro lado del estrecho, al norte de África. Los reyes africanos escucharon la petición y antes de mandar ayuda decidieron enviar un mensajero para evaluar la situación y las necesidades reales, así les seria más fácil a la hora de saber que cantidad de ayuda mandar. La elección recayó sobre el joven guerrero Abul-Walid. Cuando el joven príncipe llegó a Toledo, este fue tratado como un héroe, ya que realmente sería su única salvación. Es por ello   que desde que Abul llegó no pararon de rendirle en su honor fiestas, torneos y grandes alabanzas, pero lo que realmente llamaba la atención del joven no eran las fiestas en su honor si no la joven y bella hermana de Yahia que día tras día ambos iban fijando mas minutos sus miradas en el otro. Así de esa forma los dos jóvenes se fueron conociendo y poco a poco enamorando, todos los días salina por la bella ciudad de Toledo recorriendo sus parajes, jardines, oliendo sus flores, la bella Sobeyha le enseñaba cada rincón de Toledo a cuál más bello, y más bello aún lo hacia tener a Sobeyha al lado.

Los dos jóvenes se enamoraron y cada día que pasaban juntos jamás lo olvidarían ninguno de los dos, Abul aunque enamorado no había olvidado lo que le llevo allí, tendría que volver a África para informar de lo que pasaba en Toledo y lo iba posponiendo hasta que un Día decidió que no podía posponerlo más.
            
La última noche antes de su partida los dos jóvenes se juraron amor eterno, ella le juró que le esperaría hasta que viniera y él le juró que regresaría y esta vez sería para no marcharse mas de su lado.

Mientras Abul se hallaba en África reclutando gente y preparando todo lo necesario para volver a Toledo  en ayuda de su amigo Yahia y con él mas intimo deseo de volver a ver a su amada, Alfonso VI se apoderó de la ciudad, que no pudo resistir por mas tiempo, Yahia tuvo que abandonar la ciudad pero no pudo llevarse a su hermana que había enfermado y al ver la tardanza de su amado, murió de pena. Pero antes de su muerte a un esclavo que desde pequeña le había atendido le dejo un último legado, que le dijera que había muerto pensando en él, pero que no intentara tomar la ciudad que se olvidara de ella y regresara a África.

No había pasado mucho tiempo cuando apareció ante Toledo un numeroso y espectacular ejercito Sarraceno, sin saber que la ciudad se hallaba en manos de los Cristianos, era Abul-Walid que después de resolver graves asuntos y de salir de una grave enfermedad se había repuesto para volver a estar junto a su amada.
         
Al llegar junto a Toledo las malas noticias llegaron a él, la ciudad había sido tomada por los cristianos,  y la peor de las noticias en Esclavo de Sobeyha le trascribía las palabras que había pronunciado su amada antes de morir, Abul se quedo muy triste y lejos de hacer caso a su amada acampo en los alrededores de Toledo, con intención de recuperar aquella ciudad que tantos buenos momentos le habían dado y que daba sepultura a su amada.
 
Los ejércitos de Abul ocuparon los alrededores de Toledo, al otro lado del río, junto  a los ahora llamados cigarrales y Academia de Infantería, y junto a sus generales empezó a estudiar las posibles ofensivas, esto llevo varios días, por las noches  en la peña más alta donde estaban acampados los musulmanes dicen que noche tras noche se veía la figura de Abul, mirando cada calle de Toledo por donde había paseado con su amada. Rápidamente los cristianos empezaron a temer la entrada de Abul ya que los comentarios eran diarios entre los ciudadanos, algunos decían que medía  dos metros, otros que era mas fuerte que un oso y día tras día eran mas los temerosos a los Árabes.

Por esto Ruiz Díaz de Vivar (El Cid)   que se encontraba en Toledo ideo un plan, y así se llevó a cabo. Una noche a favor de la oscuridad y sin que nadie lo esperase, se adelantó a las intenciones enemigas y salió de las murallas de Toledo con un numeroso ejercito, con mucho sigilo ataco a los musulmanes sin que nadie lo esperara, las sombras fueron sus mas firmes aliadas pues los moros llegaron a pelearse entre sí.

A la mañana siguiente, los musulmanes se dieron cuenta de su desastre y lo peor es que encontraron a su rey muerto, su cuerpo estaba cubierto de heridas y una flecha había travesado su corazón. Los árabes se rindieron ante el Cid y este los dejo volver a África, antes de irse a su rey lo enterraron en aquellas peñas, concediéndole el deseo de permanecer eternamente en ese lugar para poder contemplar aunque fuera de lejos la ciudad que acogió a su amada.

Pero la historia no acaba ahí, dicen los Toledanos que las noches de luna, al mirar a las piedras desde Toledo se ve el cuerpo del rey moro subida en la peña observando las calles y torreones de Toledo, por donde paseaba con su amada.

La leyenda del Baño de la Cava

Nadie sabe como murió Florinda, la hija del conde D. Julián, tras el hundimiento del imperio godo en el Guadalete; nadie supo la verdadera historia de amor que unió a esa hermosa mujer con el último rey toledano, Don Rodrigo, a quien siguen las crónicas castigando como culpable de la entrada de los árabes a España.

Pero este torreón solitario, cerca del puente de San Martín, sigue guardando el aspecto triste y nostálgico de aquellos sucesos que llevaron a Florinda la Cava a sumergirse para siempre en las aguas del río.

Don Julián, el gobernador de Ceuta, con su hija Florinda habitaban Toledo invitados por El Rey Rodrigo.

Ésta bellísima mujer acudía todos los días a la caída del sol a bañarse en las aguas del Tajo mientras Don Rodrigo contemplaba su cuerpo virginal desde las murallas de su Al Cazaba, desaparecida hoy de la parte de arriba del actual puente San Martín.

El deseo del monarca se vio cumplido a los pocos días cuando Florinda acepto unirse a sus brazos.

La felicidad embargaba la pareja, pero alguien se encargó de comunicar a Don Julián la deshonra de su hija en las manos del monarca.  
- Mi señor don Julián, traigo una noticia aterradora para vos – le comenta al gobernador ceutí un fiel suyo, y añade – Vuestra hija Florinda está siendo observada mientras se baña en el río por alguien de vuestra confianza.  
- ¿Quién es ese desgraciado que se atreve con ese semejante hecho? – le pregunta el gobernador furioso.
- El mismísimo rey, mi señor – le responde el sirviente.
- ¿Don Rodrigo?, ¡ no puedo creerlo !..., he de averiguarlo yo mismo y, si es cierto, mi venganza será terrible.

El gobernador de Ceuta montó en cólera y decidió vengar su honor ayudando a los musulmanes a entrar a la península. Y, efectivamente, los árabes poco después derrotaron a rey Rodrigo en Guadalete.  

Los hechos son estos pero ¿qué fue de los personajes de esta historia?.

Don Rodrigo, después de sufrir una depresión terrible, murió transformado en ermitaño; Don Julián y sus aliados fueron muertos por los mismos árabes, y Florinda, la bella Florinda, loca de dolor y de vergüenza, vino a terminar sus días en este mismo torreón, mudo testigo de estos hechos.  

Poco tiempo después de esto, los habitantes de esta zona junto a la Puerta del Cambrón y a San Juan de los Reyes, comentaban con terror la aparición de una mujer loca y desmelenada que recorría la orilla del río, gritando a veces y murmurando palabras sin sentido. Muchos intentaron pedirle explicación pero ella huía, sin que nadie pudiera seguirla.

¿Era la bella Florinda?. ¿Era un espectro, o un ser humano?. ¿Era real esta mujer o sólo fruto de la imaginación?. Preguntas que dieron muchas leyendas. Pero aquella mujer no quería ver a nadie, sólo parecía querer vivir en la sombra hasta que desapareció y nadie volvió a verla.  

Años después, un hecho extraño vuelve a revivir estos acontecimientos.

En pie sobre el torreón, cuando la tempestad envolvía la ciudad, aparecía una figura sin vida, con el cabello suelto al aire, volviendo su triste mirada a todas partes.

Algunos fieles acudieron al valle, para buscar remedio para ese mal, a un viejo ermitaño, que se acercó una noche a este lugar y al que, tras muchas oraciones, se le apareció la figura que le describieron los testigos.

- En nombre de Dios, el misericordioso y todopoderoso, ¿quién eres, alma en pena y qué buscas cada noche en estos parajes? -le manifestó el ermitaño a la figura, mientras procedía a realizar su rito.

De repente, la mujer se llenó de vida aquella noche y le dijo con una voz agonizada:  

- “Yo soy Florinda la maldita, Florinda la Cava, la hija impura del conde D. Julián. Cuando supe que España era, por mi crimen, esclava de los hijos de Mahoma, una voz interior se alzó en lo más profundo de mi alma, mandándome venir, sin tregua ni descanso, a este lugar de mis culpas, a buscar mi honor perdido en el Tajo. Perdí la razón, pero no lo bastante para dejar de oír esta voz acusadora; mi vergüenza y mi dolor me mataron; aquí, en este sitio, testigo de mis torpes placeres, yace insepulto mi cuerpo; mi alma aparece todas las noches, en penitencia para llorar eternamente mi falta; y evocada por mi llanto, el alma de Rodrigo baja también a llorar la suya a las rotas almenas de su palacio. Bendice en nombre del altísimo este lugar maldito, y mi alma no volverá a aparecer en ellos.”  

Tras un instante, la sombra desapareció en medio de los humos de incienso que habían envuelto el lugar.

El ermitaño bendijo el lugar en nombre de Dios, rezó por las dos almas, y desde aquel día no volvió a verse en Toledo la sombra de Florinda.

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